Dubai

Dubai, 30 ottobre 2015, venerdì

Il volo per Calcutta parte alle 2.00 ora locale ma più di un’ora prima i viaggiatori sono già in fila al gate. In effetti c’è una sala di decantazione al piano inferiore molto austera dove ci si può rilassare lontano dai luccichii e dalle tentazioni della Las Vegas superiore.

Quando è il momento dell’imbarco vengono chiamati i viaggiatori un settore per volta per evitare ingorghi all’interno della cabina ma gli indiani, che ora sono la maggioranza, non sono inclini al rispetto di turni e file e si accalcano tutti all’uscita dando filo da torcere alla povera hostess di terra.

L’aereo è un non più giovane B777-200; come l’altro i posti a sedere sono 10 per fila con due corridoi ma essendo la cabina più stretta inevitabilmente le poltrone sono più piccole per cui lo spazio vitale è ridotto all’osso. Appena partiti ci danno una bevanda al gusto di Gatorate, il menù del breakfast e spengono le luci ma appena si cominciano a chiudere gli occhi le luci si riaccendono e cominciano a servire la colazione.

Dal monitor si evince che la prima parte del viaggio è via mare scendendo giù per il Golfo Persico per poi virare ad est fino a toccare terra all’altezza di Mumbai e poi dritti fino a Kolkata dove atterriamo alle 8.10 con mezz’ora di ritardo. L’aeroporto è rimasto spartano anche se ristrutturato rispetto alle ultime visite. Compilato un modulo prima del controllo passaporti ed un altro prima di lasciare l’aerostazione con i bagagli; tempo perso perché, specie il secondo, non viene nemmeno letto.

L’esterno è migliorato ma appena si passa la sbarra col mini bus che ci porterà in albergo si nota che la città non è… peggiorata per niente. I 30 chilometri che separano l’aeroporto dal centro sono pieni di slums costruite lungo corsi d’acqua dal colore improbabile e l’odore prevalente è quello acre dei grandi cumuli di sporcizia ai quali è stato dato fuoco. Il parco veicolare si è arricchito di nuovi modelli di utilitarie ma il 90% delle auto in circolazione è costituito dai vecchi Ambassador che lasciano dietro di se una scia di gas di scarico nera e puzzolente come i vetusti e nevrotici autobus di linea.

L’albergo è il Lindsay di fronte al New Market, quindi in posizione centrale anche se è difficile stabilire la centralità in una città di 20 milioni di anime; alla reception hanno l’aria condizionata a palla che in una giornata calda afosa come oggi che sudi anche stando fermo… non promette niente di buono. Sono in tre, lentissimi con fotocopia del passaporto da firmare (?), registro da compilare e firmare, modulo della stanza da compilare e firmare ed alla fine… la tripla ha solo due letti. 30Rps a testa con acqua calda, aria condizionata, ventilatore e WiFi.

Un paio d’ore a bighellonare intorno al New Market mi hanno risvegliato i vecchi ricordi. Ci sono ancora gli uomini cavallo; con i campanellini usati come clacson si fanno strada tra il traffico disordinato di auto, moto e pedoni nelle stradine intorno al mercato coperto. Con i loro rickshaw sgangherellati trasportano per lo più persone, soprattutto anziani, ma non disdegnano le più svariate merci. La maggior parte sono però fermi in attesa di ingaggio.

Gli apetti Piaggio la fanno da padroni stracarichi di persone; quelli che sono scomparsi sono i vecchi Premier Padmini, il 1100 D Fiat costruito qui dalla Premier fino al 1999. Una legge indiana nata nel 2008 per mettere una pezza al pazzesco inquinamento delle grandi città vieta la circolazione ai veicoli più vecchi di 25 anni; sembra che gli ultimi modelli svolgano ancora l’onorato servizio di taxi a Mumbai mentre qui a Calcutta circolavano per lo più Padmini private visto che il servizio taxi è sempre stato svolto dalle Hindustan Ambassador.

Dieci anni fa avevo detto che i tram a forza di riparazioni e modifiche erano diventati tanti pezzi unici e mi ha sorpreso non poco vederli ancora in circolazione ancora più rabberciati; al posto del parabrezza anteriore ormai tutti hanno un pezzo di rete elettrosaldata per la gioia del conducente nel periodo dei monsoni…

Nella St Georges Church siamo attratti dal suono dell’organo; alla tastiera un personaggio molto aitante, scuro di pelle, capelli bianchi ricci e codino e… molto capace. Distratto da qualche flashiata ci chiede di dove siamo e subito dopo attacca con ‘o sole mio! Non ne avevo mai sentita una versione per organo suonata per giunta in una chiesa. Siamo già fuori dalla chiesa quando l’organista ci raggiunge per mostrarci orgoglioso la sciarpa della Roma con su scritto Batigoal e non contento seleziona dal suo smartphone brani di Bocelli e Pavarotti e li canticchia. Classico genio, alla tastiera, e sregolatezza per il resto.

Nella Sinagoga si entra su prenotazione ma… siamo in India; appena varchiamo il cancello un tipo ci raggiunge e ci dice che andrà a prendere le chiavi. Rimane un po’ male quando scopre che non siamo ebrei ma ci apre ugualmente il tempio. A noi maschietti ci da il tipico copricapo cucito decenni fa e da allora mai… lavato. È l’unica di Kolkata e somiglia alle altre sparse per il mondo con le balconate superiori per le donne, assenza di idoli e pulpito al centro della sala.

I marciapiedi sono pieni di venditori di street food con tanta clientela a mangiare. All’interno del New Market o Hogg Market c’è un’infinità di negozi dove si può trovare di tutto e a tutti i prezzi: oro, gioielli, sete, sari, spezie, tè ed anche prodotti alimentari. Cena al ristorante dello storico Fairlawn Hotel, non lontano dal nostro hotel ed un banana-lassi come dopocena consumato in un baracchino lungo la Sudder St.

start prev next end