New Jalpaiguri

New Jalpaiguri, 1 novembre 2015, domenica

Il nostro treno è trainato da un locomotore diesel; ci sono molti bivi, segno che la rete ferroviaria è molto vasta. Questi sono presenziati da personale ferroviario che espone una bandiera verde fino a che la coda del treno non è transitata. Su alcune linee confluenti con la nostra si vede un principio di elettrificazione con la palificazione già messa in opera; dove già esiste, il sistema deve essere ad alto voltaggio, tipo 25000 volt, perché la linea di contatto è ad unico filo, segno di basso amperaggio.

Nelle campagne circostanti la coltura predominante è il riso; in effetti siamo nel nord del West Bengala, una regione ricca d’acqua e con clima caldo. Non c’è molta gente al lavoro nei campi ma quelli che ci sono utilizzano i vecchi sistemi arcaici come i buoi per trainare l’aratro ed il secchio manovrato con sincronia e maestria da due uomini tramite corde per allagare le risaie poste più in alto rispetto all’acqua disponibile; in pratica se l’acqua arriva dall’alto le risaie vengono allagate facilmente per caduta, se invece l’acqua è disponibile a valle entrano in gioco queste pompe umane.

Arriviamo a New Jalpaiguri alle 12.00; siamo subito assaliti dai portatori che si propongono. La tariffa è trattabile; noi offriamo sempre la stessa cifra di 50Rps a bagaglio che ci sembra un buon compromesso per non farci fregare da un lato e la volontà di lasciare un po’ di soldi alla base della piramide sociale.

Partiamo con tre fuoristrada con autisti ed una guida per raggiungere Darjeeling; man mano che si sale la strada è sempre più in condizioni peggiori, fortunatamente il clima da caldo umido si rinfresca rendendo più piacevole il viaggio.

Passiamo per Ghoom dove c’è la piccola stazione del Toy Train, il trenino che corre su binari a scartamento ridottissimo; c’è un piccolo deposito al lato della strada, subito dopo la stazione, dove ci sono un paio di piccole locomotive a vapore che davvero sembrano giocattoli.

Mangiamo in un locale sulla strada principale ed all’uscita scopriamo con sorpresa che la ferrovia è subito accanto alla strada ed una colonna di fumo è l’inequivocabile segnale che un treno trainato da una macchina a vapore è in arrivo. C’è solo la locomotiva ed una vettura, un macchinista e due manovratori con bandiere per gli attraversamenti stradali.

Proseguendo il viaggio vediamo come la stradina ferrata viaggi accanto alla strada asfaltata un po’ a destra e un po’ a sinistra incrociandosi più volte; la velocità del trenino non è alta per cui i manovratori segnalano con le bandiere l’arrivo del treno che comunque fischia all’impazzata salendo e scendendo a volo. Questa macchinetta ha comunque una buona accelerazione, agli incroci con la strada rallenta e riparte a razzo senza troppi fronzoli tanto che con le jeep riusciamo a raggiungerla solo dopo diversi chilometri.

Visitiamo il Yiga Choeling Monastery, il primo monastero buddhista tibetano costruito nella regione di Darjeeling nel 1850; al suo interno è possibile fotografare in cambio di un’offerta di 100Rps. L’interno si vede che è vecchio vero, non antichizzato; c’è una grande statua del Buddha Maitreya, il Buddha del futuro e, anche se in questo momento il gompa è vuoto, trasmette ugualmente un senso di serenità. In questo monastero si segue la scuola tibetana dei Gelukpa, i berretti gialli. All’esterno immagino ci sarà un bel panorama sulla valle, ma rimane un’immaginazione non suffragata dalla realtà perché la foschia ci… annebbia la vista.

A Darjeeling dopo il tramonto la temperatura cala di colpo; al centro c’è un concerto di un cantante con giacca rosa fucsia, neomelodico indiano molto amato dal giovane pubblico assiepato sugli spalti allestiti di fronte al palco. Nello spazio tra palco e spalti quattro ragazzi ballano con fare… equivoco suscitando apprezzamento e soprattutto ilarità da parte del pubblico.

C’è molta gente per strada e molti di questi sono turisti; molti negozi sono specializzati nella vendita del tè di cui la zona è famosa produttrice. Ceniamo in un piccolo ristorante tibetano, il Kunga, a gestione familiare; lui serve a tavola, lei cucina ed il figlio fa da trade union ed appena finiamo di mangiare scappa via.

Hanno molta fretta di chiudere e scopriamo che qui i tempi sono diversi dai nostri quando torniamo in albergo, Hotel Mohit, dopo una passeggiata al centro post cena e troviamo il portone chiuso alle 21.30 e siamo costretti ad entrare da una porta-garage laterale giusto perché siamo tra i pochi ospiti e la nostra assenza è stata notata dal personale.

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