Darjeeling

Darjeeling, 2 novembre 2015, lunedì

Nella parte alta della città c’è un belvedere da dove è possibile ammirare il Kangchenjunga che è il terzo 8000 al mondo con i suoi 8586 metri dopo l’Everest ed il K2. Si trova al confine tra India e Nepal ad una discreta distanza da qui ma il vantaggio di un 8000 è anche quello di farsi vedere da lontano.

Oggi la giornata non è delle migliori ma la visibilità è decisamente migliorata rispetto a ieri così possiamo ammirare la cima innevata che sovrasta le nuvole; emozionante.

Himalayan Mountaineering Institute è una specie di scuola d’alpinismo specializzata sulle cime dell’Himalaya; qui si organizzano diversi corsi a tutti i livelli. Al suo interno c’è un interessantissimo museo dove sono custoditi ed esposti moltissimi oggetti ed indumenti usati dai conquistatori di vette himalayane più famosi durante le loro spedizioni.

Interessante vedere l’evoluzione dell’attrezzatura e dell’abbigliamento dalle prime spedizioni alle più recenti, poco più di mezzo secolo di continue innovazioni tecnologiche che valorizzano ancor di più quei temerari che negli anni 50 riuscirono a raggiungere per primi queste vette dopo anni di tentativi spesso finiti in tragedia. Bella la torta con le vette himalayane dall’Everest in giù perfettamente proporzionate dall’altezza alla distanza tra loro. Nel cortile del museo c’è la tomba del grande sherpa Tenzing Norgay che con Hilary per primo scalò l’Everest.

L’edificio dell’istituto si trova in cima ad una collina; tutt’intorno c’è uno zoo. È uno zoo particolare perché oltre a grossi felini come la povera tigre del Bengala e vari cervidi ospita degli animali in serio pericolo d’estinzione come il lupo tibetano, il leopardo delle nevi e soprattutto il bellissimo e simpaticissimo panda rosso di cui, ammetto l’ignoranza, ne ignoravo l’esistenza. Per queste tre specie è in atto qui un programma di conservazione che sembra stia dando dei buoni risultati.

Uscire dalla città è un’impresa ardua; il traffico è impressionante con una interminabile e impenetrabile fila di Jeep che s’infilano ovunque saturando ogni possibile spazio a disposizione.

A pochi chilometri da Darjeeling c’è il Druk Sangag Choling Monastery volgarmente conosciuto come il Dali Monastery dal nome della località. È facile da raggiungere perché la strada passa ai suoi piedi anche se come tutti i monasteri è in cima alla collina in posizione strategica.

Il complesso è molto grande ed al suo interno ci sono molti monaci. Bello il contrasto tra due monaci comodamente seduti a chiacchierare al tavolino all’ombra di un ombrellone mentre a pochi metri altri due monaci seduti al sole sul sagrato cercano di riparare quello che sembra un grosso bollitore d’acqua elettrico in acciaio inox.

Complice una finestra aperta osserviamo dei monaci studenti, ma non bambini, che sotto lo sguardo severo del loro maestro non si fanno distrarre dalla nostra presenza. La sala di preghiera emana spiritualità da ogni angolo complice la luce soffusa ed i personaggi che la frequentano a dir poco commoventi. C’è un piccolo altarino che scompare in confronto ai grossi cilindri di preghiera dorati. Ai piedi dei cilindri, seduti nella posizione del loto, ci sono degli anziani, uomini e donne, uno per ogni cilindro. Sono seduti in cassettine di legno alte circa 25 centimetri, quanto basta a nascondere alla nostra vista le loro gambe; si vede solo il busto di questi personaggi che esce dalla cassetta quadrata, una immagine inquietante.

In una mano hanno il rosario e con l’altra tirano a se una cordicella che attiva un meccanismo alla base del cilindro che lo fa ruotare e sussurrano delle preghiere che sanno a memoria. La luce soffusa, le preghiere sussurrate, il movimento dei cilindri e gli scatti del meccanismo che li attiva crea una suggestiva atmosfera.

All’interno del tempio troneggia un gigantesco Buddha dorato seduto nella posizione del loto; qui si segue la scuola tibetana dei Kagyura.

Darjeeling è cresciuta moltissimo negli ultimi anni grazie al turismo che ne ha fatto un punto di passaggio o sosta quasi obbligatorio per chi intende organizzare trekking in zona più o meno lunghi o impegnativi. Purtroppo l’infrastruttura dei servizi non è cresciuta di pari passo con quella edilizia per cui la rete viaria è rimasta la stessa creando paurosi ingorghi e cosa ancor più grave la rete idrica deve essere praticamente al collasso o addirittura inesistente a giudicare dalle decine e decine di camion cisterna che fanno la spola tra i ruscelli ricchi d’acqua più o meno a valle dove si riforniscono alle abitazioni private ed alberghi della città dove scaricano nei capienti serbatoi.

Qui le strade più che asfaltate vengono bitumate; uno strato di un paio di centimetri di denso bitume viene accuratamente steso a mano senza l’ausilio di macchinari. Vengono lavorati pochi metri quadri per volta e quando il bitume è perfettamente steso, prima che si raffreddi, l’ultimo della catena dei lavoratori che fino a quel momento è stato a guardare, affonda delle pietre nel bitume caldo ad una distanza di una decina di centimetri l’una dall’altra in modo da dare sufficiente grip agli pneumatici dei veicoli che vi transiteranno in futuro.

Oltre al tè famoso in tutto il mondo deve esserci anche una discreta produzione di carote e ravanelli che sono venduti in abbondanza sul ciglio della strada dai contadini che li coltivano in zona; hanno un bell’aspetto.

C’è un parco al lato della strada lato monte; fiori, prato, vialetti e tante bandiere Lhadhar ordinatamente piantate nel terreno… molto fotogenico.

Quella che per noi è una scalcagnata provinciale di… provincia qui è chiamata National Highway, la 31A, che, tra l’altro, collega Darjeeling a Gangtok. Per chilometri la strada tortuosa passa tra piantagioni di tè a perdita d’occhio, con gruppi di lavoratrici sedute all’ombra di qualche albero sul ciglio della strada, con i loro inseparabili canestri da spalla, che aspettano pazienti che qualcuno le accompagni al villaggio più vicino.

Dopo una breve sosta al view-point, con vista sulla confluenza dei fiumi Rangit e Teesta proveniente l’uno dal West Bengala l’altro dal Sikkim e sulle foreste di teak, sbuchiamo nella valle percorsa dal fiume Teesta che alterna fasi di calma a tempestose rapide. Questo fiume in questa valle fa da confine naturale tra i due stati indiani del West Bengala ed il Sikkim. Un lungo ponte che unisce le due parti della città di frontiera di Melli ci permette di entrare nel Sikkim. Curiosa questa città, poco più che un villaggio, che si sviluppa metà in uno stato e metà nell’altro; chissà se gli basta un sindaco o se ne ha due.

Per entrare in questo stato indiano occorre un permesso che otteniamo consegnando il passaporto all’ufficio di frontiera che ci viene restituito dopo la registrazione, rigorosamente a mano, con tanto di timbro del Melli Check Post South Sikkim.

La strada è soggetta a lavori di ampliamento che ci costringono a fermate continue per consentire ai camion di essere caricati col materiale rubato a monte che poi viene scaricato a valle della carreggiata. Sui tetti, purtroppo in lamiera, delle poche case che incontriamo per strada ci sono distese di peperoncini di diverse qualità ad essiccare. Arriviamo a Pelling che è già buio e a tratti pioviggina. Cena nel ristorante dell’albergo.

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