Gangtok

Gangtok, 4 novembre 2015, mercoledì

I nostri autisti non hanno il permesso per circolare nel Sikkim del nord dove siamo diretti questa mattina per cui dobbiamo prendere altre due jeep locali con autisti. Sono due Tata con ottimo motore diesel omologate per nove persone solo che la leva del cambio, che non sempre… cambia, è posizionato sul pavimento al centro per cui è impossibile far sedere il nono passeggero in prima fila accanto all’autista.

La questione dei permessi dimostra ancora di più che l’India è un paese estremamente burocratizzato; il Sikkim è uno degli stati più piccoli, se non il più piccolo, dell’India ed è assurdo che ci vogliano permessi speciali per piccole porzioni di paese. 54 e 48.49Rps è il prezzo al litro per benzina e diesel; il prezzo è alto rispetto al costo medio della vita indiana, ottimo se rapportato ai nostri prezzi ma a giudicare da quello che esce dai tubi di scappamento la qualità di questi carburanti non deve essere eccelsa.

Nel buddhismo la pratica più diffusa è quella della recita dei mantra, formule sacre dal potere quasi magico. Per i Tibetani un mantra autentico è in sanscrito. Sono formule costituite da parole o da sillabe, con o senza senso, in relazione con un rituale e una divinità; vengono recitate il massimo numero di volte possibile allo scopo di accumulare meriti e di ottenere la purificazione dei propri Karma negativi, una protezione, una guarigione, una realizzazione spirituale qualunque o anche prosperità o progenie.

La recita dei mantra può essere effettiva o, particolarità tibetana, essere operata con mezzi meccanici, grazie ai mulini da preghiera, delle ruote girate a mano sulle quali sono scritti dei mantra. Ne esistono sotto forma di enormi cilindri posti su degli assi verticali che i pellegrini fanno girare mentre compiono il giro dei luoghi santi. Altri sono azionati dall’acqua o agitati dal vento.

In questa zona ricca di ruscelli è massiccia la presenza di ruote di preghiera azionati dall’acqua; sono i mani chukor. Hanno la forma di un chorten bhutanese cavo all’interno per ospitare la ruota di preghiera; questa è solidale ad una turbina di legno che investita dall’acqua la fa girare. Una finestrella permette di vedere il cilindro che ruota e che ad ogni giro aziona un campanellino.

Phodong Monastery è dell’ordine dei Nyingmapa; ospita circa 250 monaci, quindi è di una certa importanza per questa scuola. All’esterno stanno facendo lavori alla pavimentazione del sagrato e stanno costruendo un nuovo edificio che si aggiungerà agli altri fabbricati annessi al complesso; c’è un gran via vai di donne con il classico cesto sulle spalle che trasportano il materiale edile dai punti di raccolta a dove serve e scalpellini di precisione che modellano le pietre nella forma voluta.

Mentre nel tempio si prega in cucina i monaci cuochi lavorano alacremente come i monaci, che in una stanza vicina, creano tutti quegli oggetti sacri che servono per le quotidiane funzioni religiose fatti impastando burro e cera, modellando, perfezionando ed alla fine verniciando con colori naturali.

C’è un grande fermento addolcito dalla presenza dei piccoli bambini delle lavoratrici che giocano, litigano e controllano il lavoro dei grandi.    

Anche il Labrang Gompa è dell’ordine dei Nyingmapa; è a 1814 mt di quota, è piccolo con un’insolita forma ottagonale e con l’esterno dell’edificio a pietra. Anche qui fervono i lavori; stanno pavimentando il sagrato con le pietre, un lastricato grezzo fatto con normali pietre portate dai… portatori nelle ceste a zaino sul luogo della posa in opera. Chi carica lo fa lasciando cadere i sassi di discrete dimensioni uno per volta nella cesta provocando continui contraccolpi alla povera schiena del portatore.

Oltre al piazzale stanno risistemando anche gli infissi; sfruttando un fantasioso ponteggio fatto con canne di bambù due persone stanno operando sul portone d’ingresso. Non hanno molti attrezzi così mentre uno dipinge con mano ferma e maestria l’altro cerca di inchiodare un chiodo da dieci con… una pinza.

In un angolino, riparato dal vento che non c’è, c’è un pentolone sul fuoco pieno d’acqua che bolle con dentro coppette e ciotole d’ottone che hanno contenuto impasti di burro e cera; un monaco ne prende uno per volta e lo pulisce meticolosamente.

Nella scuola ci sono pochi monacelli che leggono ad alta voce l’incomprensibile scritto di quaderni-libro. Approfittiamo dell’assenza degli insegnanti per fare un po’ di foto e scombinare la disciplina scolastica.

Quando la strada che segue il costone delle montagna arriva giù, all’inizio della valle, un ponte sul ruscello che l’ha creata la porta sul costone opposto. In uno di questi punti sono stati stesi da una parete all’altra un’infinità di bandiere di preghiera in tutte le direzioni che si incrociano tra loro che sommate a quelle sistemate lungo la balaustra del ponte danno un magnifico tocco di colore a quest’angolo di monotona boscaglia.

Sulla parete di fronte alle Seven Sister Waterfalls centinaia di scalini ti portano a diversi view points in sequenza da dove è possibile ammirare i sette spezzoni di cascata; la fatica è compensata dalla bellezza dell’insieme. All’esterno della vicina casetta una bambina si sta docciando con l’acqua ghiacciata che arriva direttamente dal ruscello che porta a valle l’acqua della cascata.

Nei punti della strada privi di asfalto, dove l’acqua di una pioggia può creare fango che riducendo l’aderenza alle ruote motrici dei veicoli di fatto bloccherebbe la circolazione, viene steso uno strato di terreno asciutto su cui vengono inchiodate schegge di pietra di forma allungata, lunghe una ventina di centimetri, una accanto all’altra; il seguente passaggio dei veicoli compatta il tutto creando una specie di pavé irregolare, molto irregolare ma efficace.

Nei piccoli villaggi che si attraversano, anche nella precarietà infrastrutturale, nelle aie e alle finestre delle case ci sono molte piante da fiore nei vasi, alcune fiorite; sono vasi di fortuna ricavati da fondi di bottiglie o lattine di plastica o più semplicemente da pezzi di buste di plastica sagomate ad oc.

Rientriamo a Gangtok, trasbordiamo sulle nostre auto ed i nostri autisti ci guidano al Rumtek Monastery; ci sono tanti monaci ma anche tanti militari indiani la cui massiccia presenza inquina non poco la tradizionale fama pacifista dei buddhisti. Il monastero è stato completato nel 1964 e segue la scuola dei Kagyupa, i berretti neri, una delle maggiori scuole del buddhismo tibetano. Quando nel 1959 i monaci furono costretti a scappare dal Tibet occupato dai cinesi, l’allora Re del Sikkim dette la possibilità di costruire qui a Rumtek il monastero affinché l'antica tradizione Karma-Kagyu potesse continuare a vivere.

Tutto è filato liscio fino alla morte nel 1981 del 16° Karmapa, il Lama della setta. A questo punto si è aperta una disputa tra due fazioni interne per la scelta del successore, il 17° Karmapa; una fazione minoritaria fautrice di una riconciliazione con la Cina comunista che permetta loro di poter nuovamente avere la leadership temporale dentro il Tibet ha riconosciuto nel 1992 Urgyen Trinley Dorje come reincarnazione del 17° Kagyu Karmapa assieme al Dalai Lama ed a Pechino che addirittura lo ha definito The Living Buddha. Thaye Trinley Dorje è stato invece riconosciuto nel 1994 come reincarnazione del 17° Kagyu Karmapa dallo Shamarpa, la seconda eminenza spirituale della scuola Kagyupa e dalla maggioranza dei monasteri Kagyu che invece puntano alla leadership spirituale nella diaspora.

Lascia interdetti l’atteggiamento del Dalai Lama, capo della scuola tibetana dei Gelugpa, i berretti gialli, che appoggia la fazione pro cinese quando egli stesso ed i suoi monaci hanno subito la stessa sorte dei Kagyupa, ossia l’esilio dal Tibet.

Dal 1981 ad oggi le due fazioni dei Kagyupa si sono date battaglia a colpi di sacre lettere vere e false, ne sono apparse tre, due di troppo, monasteri occupati, accuse di assassini, incidenti, tribunali, violenze, manifestazioni di piazza; una vera faida interna alla scuola Kagyupa, la più antica tradizione buddhista tibetana. Il monastero di Rumtek oggi è nelle mani della fazione pro cinese ed i militari che sono qui per evitare nuove violenze… chiedono a noi il passaporto per entrare!

Un vialetto in salita con qualche negozio di souvenir ed arte sacra ci porta al complesso che è molto grande di cui fanno parte diversi edifici costruiti in stile tibetano. La costruzione centrale è un edificio a tre piani in legno e muratura con i muri affrescati con simboli del Buddhismo. La sala principale a pianterreno è ampia, bellissima con la grande biblioteca che ospita tutti i testi della scuola Kagyu, i buddhini ordinatamente sistemati nelle credenze, i bellissimi thanka di discrete dimensioni e di pregevole… manifattura e le pareti affrescate con rappresentazioni molto colorate dei vari lama buddhisti tibetani. il Buddha centrale è alle spalle della foto in cornice del 16° Karmapa.

Generalmente i monaci durante le funzioni, preghiere ecc. sono seduti uno accanto all’altro su un lungo scanno di legno, basso, ricoperto da tappeti e davanti a loro hanno un altro lungo scanno leggermente più alto della seduta che gli fa da leggio sopra, su cui appoggiano i testi con le scritture sacre, e porta oggetti sotto, dove stipano oggetti personali come ciotole, bicchieri,… telefonini ed altro. Qui invece c’è solo la lunga panca con tappeto per la seduta nella posizione del loto mentre per leggio hanno dei singoli, semplici mobiletti di adeguata misura che somigliano ai seggioloni per bimbi.

Generalmente nelle sale di preghiera dei templi buddhisti, a seconda della grandezza della sala, le sedute sono disposte su due o tre file da un lato ed altrettante dall’altra, di fronte. Davanti, nelle prime file, i più anziani e via via dietro i più giovani; se i posti a sedere sulle panche sono insufficienti gli ultimi della gerarchia monastica siedono per terra.

Salendo ripide scale che i giovani monaci percorrono correndo si accede ad una stanza in cui c'è un bellissimo stupa dorato, il Great Golden Reliquiari Stupa, contenente le reliquie dell'ultimo Karmapa protetto da un vetro che un monaco sta pulendo dall’interno con… alito e cencio. Un piccolo mulino di preghiera ha il cilindro di carta di riso con su scritte le preghiere; ha la base bassa vuota mentre la superiore è chiusa con la stessa carta che dei tagli precisi l’hanno trasformata in elica. Tramite un fil di ferro sagomato è tenuto in sospensione sul piedistallo di ferro su cui è acceso un mozzicone di candela; l’aria calda prodotta dalla candela sale su, entra nel cilindro vuoto alla base ed esce dalle fessure a forma elicoidali superiori innescando la rotazione continua del cilindro e quindi delle preghiere senza l’intervento umano.

Ci sono molti terrazzamenti di riso ricavati tra la boscaglia; dove il riso è stato mietuto la pianta sta rigermogliando creando un bel contrasto tra il giallo di quel che resta della mietitura ed il verde della germinazione. Dove il riso non è stato ancora mietuto questo è tutto abbattuto dalla pioggerellina di questi giorni.

Non è raro vedere piante di chayote. È originaria del Sud America e coltivata anche in sud Italia, dove è chiamata zucchina spinosa, melanzana americana o impropriamente patata americana creando confusione col dolce tubero visto che il chayote è un ortaggio di forma ovoidale, lungo una quindicina di centimetri; il colore va dal verde acerbo al giallognolo maturo, è dolce, ha la superficie spinosa e cresce appesa alla pianta rampicante.

Cenato allo Snow Lion.

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