Thimphu

Thimphu, 7 novembre 2015, sabato

Ieri sera a due isolati dal nostro albergo abbiamo visto una specie di bar con una grossa insegna rossa di Illy caffè; ci dicono che la mattina aprono alle 8.00 così, stamattina, felici andiamo a prenderci un bell’espresso prima di partire e… è chiuso.

Il Trashi Chhoe Dzong  è un imponente edificio stranamente non situato in posizione sopraelevata rispetto alla città ma posto al centro della valle, sulle rive del fiume che attraversa la città, il Wang Chhu; al suo interno ospita un grande monastero, visitabile, e l’Assemblea nazionale, la Sala del trono, gli uffici del re e di alcuni ministeri che logicamente non sono visitabili. Essendoci nel complesso gli alloggi e gli uffici del Re è normale aspettarsi controlli al metal detector e perquisizioni che comunque avvengono in maniera discreta e veloce.

Appena entrati incrociamo un paio di grossi Suv neri in cui riconosciamo per la fascia gialla sul costume tradizionale il precedente Re e vicino a lui il capo della polizia in divisa.

Ulteriori controlli prima dell’ingresso al grandissimo cortile interno; c’è un gran via vai di monaci giovani e meno giovani che si danno un gran da fare a passare da un edificio all’altro mentre altri monaci sono fermi al sole a chiacchierare. Il cortile è talmente grande che quasi non si sentono gli schiamazzi di un gruppo di cinesi entrati assieme a noi e che come al solito sono un po’… indisciplinati.

La struttura originaria risale agli inizi del XIII secolo; distrutta, abbandonata ed incendiata negli anni, nel 1962 iniziarono i lavori di ristrutturazione che l’hanno portato allo splendore odierno.

Nella sala dell’assemblea ci sono quattro troni dorati; i due centrali per il Re e per il Lama, e quelli laterali per il padre del Re e, più piccolo, per il primo ministro. Una imponente statua del Buddha è alle loro spalle; sopra c’è una cupola cubica splendidamente dipinta ed un ballatoio che gira tutt’intorno alla sala. Le solite mille statuette del Buddha in altrettante piccole nicchie e tantissimi libri sacri dividono le pareti laterali con bellissimi dipinti.

La strada che alterna tratti asfaltati a tratti interessati da frane in ricostruzione ad un certo punto comincia a salire fino al passo Dochula, a 3155 metri. Se non ci fossero nuvole basse e nebbia a tratti potremmo ammirare un po’ di vette Himalayane tra cui il Ganghar Puensum ed il Jhomolhari entrambi abbondantemente oltre i 7000 invece dobbiamo accontentarci del vicino Druk Wangyal Chortens, un sacrario fatto di 108 piccoli stupa disposti uno accanto all’altro in cerchi concentrici in cima alla collina di fronte al passo; sono stati costruiti per ricordare i morti bhutanesi caduti per respingere gli indipendentisti dell’Assam sconfinati da queste parti. L’insieme è bello.

Sulla collina accanto c’è il Druk Wangyal Lhakhang; oltre a 108 dipinti, realizzati dai monaci, che raccontano la vita di Buddha, ci sono tre statue del Buddha e due enormi zanne d’elefante appartenute al più grosso elefante vissuto da queste parti. Dal soffitto calano due lampadari a goccia di chiara origine europea che, seppur carini, stonano un po’ in questo contesto…

Da questo punto in poi la strada è in continuo rifacimento; anche se è rimasto in molti tratti il vecchio stretto nastro d’asfalto, i due lati sono soggetti a lavori di ampliamento con erosione della roccia a monte e allontanamento della scarpata a valle. Il tracciato asseconda sempre il profilo naturale dei rilievi che attraversa, senza disturbare più del necessario il percorso della natura; questo ovviamente porta a compiere lunghissimi giri per andare da un posto all'altro che sommato ai tanti cantieri aperti con tanto sterrato fangoso equivale a tanta perdita di tempo.

A Sopsokha lasciamo il pulmino e a piedi raggiungiamo il Chimi Lhak Hang; su ogni casa del paese è dipinto un fallo in erezione che tradizionalmente in Bhutan è un simbolo utilizzato per scacciare malocchio e maldicenze ed è anche simbolo portafortuna. I negozi di souvenir ne hanno esposti in vetrina di tutte le misure e di tutti i colori.

Attraversiamo le risaie della zona dove il riso è già stato mietuto; un gruppo di lavoratori e lavoratrici sta sbramando il riso al vento. I campi mietuti non sono stati ancora arati e le piante di riso stanno rigermogliando; forse riallagando i terrazzi si otterrà un nuovo raccolto o più semplicemente, senza allagare, si avrà un po’ di foraggio fresco per il bestiame.

Un giovane bhutanese si sta costruendo con molta cura un nuovo arco; il tiro con l’arco in Bhutan è lo sport nazionale. È quasi finito e lo mostra con orgoglio mentre nell’abitazione accanto i componenti di una famiglia sono intenti a spidocchiarsi a vicenda tranquillamente seduti a terra nell’aia.

All’esterno del monastero tantissimi monaci ragazzini giocano vivacemente sul prato dove un gruppo di giovani donne disposte in cerchio danzano e cantano motivi religiosi. Belle le grondaie che portano a terra l’acqua del tetto fatte da una serie di imbuti di rame uno nell’altro tenuti distanziati da pezzi di catena.

Nei due ingressi del piccolo cortile due grossi cilindri di preghiera, uno per parte, sono fatti girare dai fedeli che entrano. L’interno è piccolo ma… autenticamente antico; anche qui zanne di elefante a vista, splendidi dipinti alle pareti e, soprattutto, l’originale fallo in legno portato dal Tibet dal Lama Kunley fondatore del monastero. Questo monaco aveva fama d’essere un po’ libertino per cui ancora oggi le giovani coppie che hanno intenzione di avere figli passano di qui per ricevere una benedizione con questo fallo di legno con manico d’argento decorato e se i figli arrivano mandano le foto del bambino a prova dell’avvenuto miracolo; queste foto sono ordinatamente conservate in raccoglitori consultabili dai fedeli… una specie di feedback d’altri tempi!

Una coda per lavori ed un piccolo incidente causato dal nostro autista che rientra in anticipo dopo un sorpasso ad una pala meccanica ci fanno perdere tempo e non riusciamo ad entrare nel Punakha Dzong che con il suo ponte sul fiume si presenta in modo imponente.

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