Trongsa

Trongsa, 9 novembre 2015, lunedì

Dall’esterno il Trongsa Dzong, il cui nome ufficiale è Chhoekhor Raptentse Dzong, si presenta maestoso; non è in piano ma sale da sud a nord seguendo l’orografia del terreno che sale dalla valle. Questa imponente fortezza fu costruita nel 1648 in posizione strategica sulla strada di collegamento tra est e ovest su uno sperone roccioso a picco sul Mangde Chhu ed è stata sede governativa tanto che sia il primo che il secondo re del Bhutan hanno governato il paese da quest’antica costruzione visto che permetteva di controllare efficacemente l'insieme delle regioni centrali e orientali del paese.

Sono da poco passate le 8.00; in un vicoletto di un piccolo insieme di casupole addossate all’esterno delle possenti mura un gruppo di monaci e guardie riempiono le proprie ciotole col chai contenuto in un pentolone fumante.

In questi giorni cade il 60° compleanno del padre del Re e per questo ci sono tre giorni di festa nazionale; come ieri, anche qui nel cortine interno allo Dzong c’è una cerimonia in suo onore. È esposto un enorme tangka a sfondo giallo ed una già lunga fila di famiglie e studenti sono ordinatamente in attesa, ai margini del cortile, dell’inizio della cerimonia.

Entrano i... pezzi grossi e si comincia; un monaco al centro del cortile vestito di giallo e con cappello da vescovo benedice tutto e tutti ai quattro venti. Si siede su di una poltrona ai piedi del gigantesco tangka ed a questo punto i fedeli in attesa entrano, sempre ordinatamente in fila, ed ognuno riceve un colpo in testa dall’alto prelato come benedizione; dopo la benedizione i fedeli continuano il percorso e prima vengono spolverati con delle piume e successivamente ricevono nelle mani un po’ d’acqua santa da una brocca d’argento che come da rito prima portano alla bocca come se volessero berla e poi, sempre con le mani a coppetta, se la passano sui capelli.

Finalmente una giornata di sole, senza nuvole; in molti tratti di strada non ci sono i lavori e si cammina decentemente. Saliamo senza intoppi al passo Yutong-La a 3425 metri ma a 300 metri dal portale in legno laccato veniamo fermati da una ruspa che sta lavorando proprio in mezzo alla strada spostando la terra accumulata sul ciglio a monte su quello a valle. Quando si sposta per farci passare, restiamo impantanati nel terreno morbido che copre l’asfalto; sfruttando la pendenza riusciamo a tornare indietro, operazione non facile perché altre macchine si sono accodate a noi, permettendo all’operatore della pala meccanica di ripulire meglio l’asfalto. Sul passo, al centro della strada, c’è un chorten bianco non grande e tantissime lungdhar, bandiere di preghiera, stese tra i due versanti della montagna che sovrastano il passo ed altre ne stanno stendendo in questo momento. Un gruppo di persone si occupa della posa dei filari di bandiere legandone i capi ad alberi che sovrastano la strada mentre un altro gruppo crea l’atmosfera bruciando rami freschi di pino himalayano che profuma molto ma fa anche molto fumo. Alla fine del non facile lavoro un monaco benedice il gruppo di fedeli e simbolicamente le bandiere con l’acqua sacra contenuta in una bottiglia di… vodga.

Scendendo a valle la strada non è interessata a nessun tipo di lavoro per cui possiamo ammirare i colori autunnali del ricco sottobosco che vanno dal rossiccio di una pianta a noi sconosciuta al verde dell’abbondante bambù nano.

Entriamo in una ampia valle a 2800 metri d’altitudine dove i campi, coltivati o no, sono tutti recintati con robuste staccionate di legno. Nel discreto villaggio quasi tutti gli edifici pubblici o che si rivolgono al pubblico come bar o negozi in genere hanno le foto del Re o dei suoi familiari ben in vista all’esterno oltre che dentro.

Bella la figura del barbiere a domicilio che opera all’aperto nel cortile della casa del cliente. Una anziana seduta per terra sta sminuzzando col machete sul rudimentale tagliere dei pezzi di carne con osso, più osso che carne.

Il Jakar Dzong è posto su un’altura da dove domina tutta la sottostante valle del Chamkhar Chhu; il panorama è notevole. Si raggiunge seguendo un sentiero lastricato che passa per un bel mani chukor azionato dall’acqua di un ruscello con tanto di campanellino contagiri.

Il cortile interno è stretto per cui per passare dalla parte amministrativa alla parte religiosa occorre percorrere un corridoio sotto l’Utse, la torre centrale, contrariamente a quelli visti finora, più larghi, dove ci si passava ai lati. Infatti la particolarità di questo Dzong sta sulla posizione dell’Utse situata non in posizione centrale ma sul muro di cinta esterno.

Nel cortile, dove alcuni giovani monaci stanno riponendo all’interno poltrone ed altra mobilia servita per la cerimonia mattutina, è arrivato un monaco che sembra in trance; con una frusta da colpi a destra ed a manca con fragoroso schiocco che rimbomba tra le vicine pareti per scacciare i demoni. Come è venuto… così, fortunatamente, se ne è andato. Secondo la leggenda anche questo monastero fu visitato dal Guru Rinpoche ed è venerato come uno dei più antichi templi in Bhutan.

Il Jambay Lhakhang, con dipinti murali molto belli sia nella cappella che nell’atrio è considerato il più antico tempio del Bhutan ed è frequentato da fedeli intonati all’ambiente, cioè anziani con abiti consunti che girano in senso orario intorno all’edificio più volte facendo girare tutte le ruote di preghiera che trovano sul loro tragitto.

Secondo la leggenda questo tempio è uno dei 108 costruiti in un solo giorno in Tibet e dintorni dal re tibetano Songtsän Gampo nel 659 d.c. per difendersi da un demone che ostacolava la diffusione del buddhismo nel suo regno.

All’interno del piccolo cortile una atletica anziana si genuflette in continuazione; l’abbiamo trovata li quando siamo arrivati ed è ancora allo stesso posto quando andiamo via. Ad ogni flessione sposta un grano da un mucchietto all’altro; non credo di sbagliare se, senza contarli, dico che i grani sono 108… altro che palestra!

Percorriamo una strada con tanti vecchi chorten ai lati che ci porta  al monastero di Kurjey Lhakhang con all’esterno un grosso chorten bianco; è stato costruito nel luogo dove si ritiene che il Guru Rinpoche abbia meditato tre mesi in una grotta lasciando l’impronta del suo corpo all'interno della stessa; il nome Kurjey significa appunto impronta, jey e corpo, kur. All’interno del tempio i mille Buddha sono tutti uguali, dorati e posti a gruppi su mensole a gradinata; alla parete opposta invece del classico dipinto c’è una scultura a bassorilievo davvero molto bella.

Il Wangdichholing Palace è un palazzo non costruito per rispondere a criteri difensivi, infatti è privo di mura. Qui è nato e per un certo tempo ha abitato il primo Re del Bhutan poi, quando la corte fu trasferita a Ponakha, l’edificio è stato quasi abbandonato. Rispecchia molto l’architettura interna degli Dzong visti finora; una comunità di 30 monaci ne ha occupato una piccola parte ma ora è comunque in avanzato stato di deterioramento con le vernici del legno scolorite o scomparse. Nonostante tutto rimane un luogo ricco di fascino.

Jakar città sembra un’enorme bazar con le sue centinaia di negozi sia di artigianato locale sia, o soprattutto, negozi di generi diversi per i locali. Il pesce del vicino fiume viene venduto nelle macellerie dove la carne di vitello e quella di maiale costano meno (210Rps al chilo) di quella di pollo (260Rps). La carne è a vista all’interno dei negozi; siamo a 2800 metri ed è freddo, un frigorifero naturale.

Prese tre bottiglie di vino bhutanese per accompagnare il pesce che ci serviranno a cena stasera; è risultato un ottimo… aceto di vino.

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