Gangteng

Gangteng, 11 novembre 2015, mercoledì

In tutta la valle non ci sono galli altrimenti stamani saremmo stati svegliati dal loro canto; forse è meglio così perché nella valle riecheggia il verso delle gru in lontananza, sporcato solo dal gracchiare del solito corvaccio sul tetto del granaio accanto alla nostra finestra.

Nonostante avessimo indossato quasi tutto il guardaroba a nostra disposizione, stanotte, chi più chi meno, tutti abbiamo patito il freddo; siamo a 2850 metri di altitudine ed abbiamo dormito sul pavimento di legno di una pseudo stanza ricavata in un sottotetto di legno in una parte del paese dove la parola coibentazione non è stata ancora tradotta...

Comunque una bellissima esperienza resa indimenticabile dalla scena a cui ho assistito poco dopo l’alba quando tutto incappucciato, a zonzo per l’aia, ho visto il papà che lava i capelli alla sua bambina di otto anni, all’aperto con l’acqua gelida che esce dalla pompa a mano... mi son venuti i brividi.

Sia la guida che l’autista devono portare l’abito tipico perché impiegati statali, come se fosse una divisa; ancora per qualche giorno sono costretti ad indossare la divisa estiva che non prevede i pantaloni sotto il gho. Anche le scarpe devono essere classiche.

All’esterno del Gangte Gaemba ci sono due chorten bianchi uniti da un mani muro di una trentina di metri; una stradina in salita ci porta al Gaemba. Davanti a noi c’è la processione dei monaci che indossano una tunica gialla sopra il classico abito rosso. Nel cortile è già iniziata la cerimonia con i monaci in giallo a fare da cornice in piedi ad altri tre monaci con una specie di corona in testa. Ora dagli altoparlanti esce il suono di una canzone e tutti i civili presenti si pongono sugli attenti e fanno il saluto alla visiera che... non hanno. Dopo una danza delle teste coronate seminascoste dai religiosi in giallo che fanno quadrato ed un’altro canto-preghiera i monaci liberano il centro del cortile e loro stessi si liberano del copri abito giallo.

Il pubblico viene fatto sedere a formare un quadrato davanti al palco d’onore; i locali sono venuti forniti di stuoie e siedono sul selciato e dietro di loro, in piedi, monaci e turisti.

Prima che inizino le danze c’è il discorso di due americane di una ridicolaggine unica e la distribuzione di riso e tè al pubblico. Molti estraggono la ciotolina che hanno nella sacca del gho e la sfruttano, altri utilizzano la carta su cui è stampato il programma mentre gli altri usano direttamente le mani unite a coppetta per contenere il riso.

Una cucciolata di bastardini utilizza la canaletta dell’acqua piovana come cuccia ed attira l’attenzione dei bambini di passaggio che li vedono attraverso le grate; ogni tanto, incuriositi dal rumore, escono, si spulciano per bene e ritornano al sicuro.

Le danze, tranne quella dei quattro demoni mascherati, bella ma lenta e lunga, che è fatta da uomini, sono eseguite dai ragazzi delle scuole. Bella ed esilarante e la battaglia tra bambini muniti di un palloncino attaccato alla caviglia; uno contro tutti, tutti contro uno. Devono far scoppiare con i piedi i palloncini degli altri, eliminandoli, stando attenti a non farsi scoppiare il proprio. Vince l’unico che rimane col palloncino al piede; ai bambini è richiesta resistenza, agilità ed un pizzico di cazzimma. È forse l’unico spettacolo seguito con passione dal pubblico.

Il clou è la danza dei ragazzi vestiti da gru dal collo nero eseguita al lento ritmo di una musichetta in cui il canto delle gru sostituisce il suono degli strumenti.

Nel complesso questo festival, o Tsechu come lo chiamano loro, è poco più di una festa paesana ma molto sentita visto che tutta la città è qui a seguire questi ragazzi che con molto impegno si sono esibiti. Non sono stati nemmeno favoriti dal tempo visto che dopo il sole iniziale il cielo si è coperto prima ed ha cominciato a piovere alla fine con la temperatura che è calata di colpo.

Partiamo in direzione di Paro; in questa zona ci sono tanti gnu che pascolano tranquilli. La maggior parte sono neri. Nei tratti di strada non ancora interessati dai lavori il sottobosco è ricco di rododendri; posso solo immaginare lo spettacolo d'attraversare questa strada nel periodo della loro fioritura.

Oltre ai tanti piccoli garofani gialli, alle rose ed ai crisantemi ci sono anche i fichi d'india in fiore, quando si scende di quota ed un albero dai bellissimi fiori rosa quando si sale; belle queste macchie rosa nel fitto della verde vegetazione boschiva.

Fortunatamente i cantieri sono tutti chiusi per il compleanno del padre del re così c'è solo il disaggio della strada dissestata. Solo un gruppo di indiani è al lavoro; stanno costruendo un muro di contenimento con pietre e calce. O il lavoro è urgente o nessuno gli ha detto che oggi è festa visto che vivono in tenda vicino al cantiere isolati dal mondo esterno.

Curioso il modo di trasportare la calce dal punto d'impasto ed il vicino muro in costruzione; senza l’ausilio di caldarelle la calce è messa sui sacchi di juta plastificata e spostata usando quest’ultime come slitte.

Nelle case in costruzione gli infissi sono di legno grezzo; solo dopo la messa in opera vengono dipinti nel modo classico. Sarà un lavorone lungo e certosino.

Arriviamo a Paro quando ormai è buio; alloggiamo al Tashi dove ceniamo nell’ottimo ristorante della struttura.

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