Zavkhan Gol

8 agosto 2007, mercoledì

2936C'è un cambio di programma; questa mattina saremmo dovuti andare al lago Kolboo ma, da informazioni ricevute dai locali e confermate da un gruppo di avventure incontrato alle dune, non c'è acqua ed è quindi inutile andare perché manca l'attrattiva principale. Con tutta l'acqua che abbiamo preso in questi giorni sembra quasi uno scherzo. In alternativa gli autisti ci propongono di raggiungere un canyon a una cinquantina di chilometri da qui.
Nel nostro gruppo c'è qualcuno che è affascinato dalle grotte così strada facendo ci fermiamo a visitarne una; a dimostrazione del fatto che in questa zona il turismo è a livelli pionieristici... troviamo la grotta occupata da quattro cammelli che sfruttano il fresco della caverna.
Dopo le foto di rito uno dei nostri autisti li fa scappare per permetterci di visitare l'anfratto ma la cosa si rivela impossibile perché le bestiole oltre che frescheggiare hanno anche defecato e scopriamo a nostre spese che la cacca di cammello fresca in luogo semichiuso non ha un odore gradevole.
Raggiungiamo la cittadina di Tayshir; è messa male come le altre viste finora. Ci sono molti bambini che giocano; le bimbe sono al parco giochi, un angolo di deserto delimitato con una fila di pietre con altalene, dondoli e piccole giostre mentre i maschietti si trasportano alternativamente con un carrellino a due ruote.
Bella la scena di due ragazzini su di una bici da adulto senza freni con quello seduto sul portapacchi posteriore che sprona a cazzotti nella schiena il coetaneo autista come se fosse un cavallo.
Questa cittadina deve avere una importanza strategica a noi ignota perché subito fuori città c'è un ponte in cemento che collega le due sponde di un fiume ora in secca; è il primo ponte che si incontra da dieci giorni a questa parte.
2920A un certo punto dell'altopiano che stiamo percorrendo si apre il canyon di Tayshir. In fondo c'è un corso d'acqua con un po’ di vegetazione; ci fermiamo in un punto dove la natura ha creato un foro nella roccia attraverso cui si domina tutta la valle sottostante.
Attraverso questo buco è possibile raggiungere la valle ma la discesa non è agevole. Troviamo un piccolo serpente tra le rocce rese bollenti dal sole; è una vipera per cui stiamo attenti a non farci mordere mentre tempestiamo di foto il suo tentativo di raggiungere un posto meno... affollato. Nelle intenzioni degli autisti che in caso di necessità ci fanno anche da guida, questo è un buon posto per campeggiare ma, in questo caso, non ottengono la nostra... benedizione; siamo su un altopiano senza montagne da scalare, siamo esposti ai quattro venti, il terreno è una pietraia e... ci sono le vipere. Decidiamo di raggiungere un posto qualsiasi ai piedi dei monti che vediamo in lontananza.
Ci fermiamo all'inizio di una valle e qui montiamo il campo; siamo a 2500mt d'altitudine. Mangiamo qualcosa e partiamo alla scoperta delle montagne che ci circondano. Scalata la prima, ci dividiamo in due gruppi e con Milena, Michele e Marco decidiamo di scalare quella che sembra la cima più alta della zona, cima comunque facilmente raggiungibile lungo la cresta; queste cime e queste valli dovrebbero far parte della catena montuosa Dalangiin.
Scendiamo una valle dove vicino a un torrente ricco d'acqua gli abitanti di alcune gher ci accolgono con il loro classico stupore, timidezza e curiosità che si trasforma ben presto in ospitalità.
2957Iniziamo la salita; la roccia è molto friabile con pietre scistose dai disegni fantasiosi che ci fanno guardare più a terra in cerca di un bel souvenir da portare a casa che in giro ad ammirare lo splendido paesaggio.
La vista dal basso della cima che volevamo raggiungere era prospetticamente falsato; man mano che si sale compare alla nostra vista sempre una vetta più alta dietro quella che stiamo raggiungendo tanto che di cima in cima seguendo la cresta arriviamo alla fine della valle.
È tardi e rischiamo di arrivare al campo dopo il tramonto così decidiamo di passare sull'altro lato della valle tagliando a mezza costa lungo una parete a ghiaione con pendenza del 65% circa. Io e Marco abbiamo molte difficoltà con questo ghiaione che ti frana sotto i piedi. È come camminare in orizzontale sulle dune con la differenza che al posto della sabbia ci sono questi ciottoli taglienti; è una derapata continua su di una pendenza mozzafiato.
Iniziamo la discesa dai 3200mt in cui ci troviamo dopo aver documentato con foto l'impresa fatta; ora è una continua corsa verso il campo per cercare di arrivare prima del tramonto. Finalmente incontriamo le vere grandi marmotte di cui fino a ora si erano viste solo le enormi tane; sorprese all'aperto scappano verso un rifugio sicuro sculettando simpaticamente con i loro enormi sederi. Purtroppo non possiamo permetterci il lusso di perdere minuti preziosi a fotografarli.
Arriviamo al campo alla luce post tramonto in tempo per mangiare quello che i cuochi ci hanno conservato; mai come stasera ho apprezzato questa minestra calda. A questa altitudine appena va via il sole la temperatura scende in picchiata libera; non ci sono alberi nel raggio di chilometri quindi niente legna per fare un falò per riscaldarci nel dopocena così, dopo un sorso di vodka tutti a nanna nelle tende.

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Ulaan Baatar

19 agosto 2007, domenica

2210Sveglia prima dell'alba per essere all'aeroporto in tempo per prendere l'aereo per Mosca alle 7.30. Sotto la pioggia, prima di colazione, lasciamo indumenti, viveri, candele e altro vicino al cassone dove i diseredati del posto vanno a frugare in cerca di qualcosa di utile.
In aeroporto scopriamo subito che il nostro volo è ritardato di due ore. Da una parte non è un grosso problema; così si diluisce di un paio d'ore la lunghissima sosta che ci spetta a Mosca ma se pensiamo che potevamo dormire un paio d'ore in più...!
Troviamo una sedia libera per passare nel migliore dei modi questo tempo tra le gigantografie dei Khan che si sono succeduti a Gengis che adornano l'atrio e che solo ora ho capito che non sono tutte uguali, tutte di Gengis Khan.
Cominciano finalmente le operazioni del check-in; per evitare di pagare molto per l'eccesso di peso dei bagagli, facciamo due check-in di gruppo, uno per i milanesi e uno per i romani in modo che l'eccesso di peso degli zaini più pesanti sia bilanciato da quelli più leggeri.
2120Per i milanesi tutto procede bene e mentre loro passano al controllo passaporti noi restiamo... al palo perché il computer ha cominciato a fare le bizze. La ragazza del nostro banco chiede prima l'aiuto delle colleghe dei banchi vicini e poi chiama il capo. Questo smanetta un po' sulla tastiera e poi col sorriso sulle labbra del primo della classe ci consegna undici carte d'imbarco... peccato che siamo solo in dieci! Ci avanza una carta intestata a un tipico nome polacco. Al controllo passaporti i lettori ottici dei poliziotti non leggono tutti i visti d'ingresso così passano alla procedura a mano con inevitabile perdita di tempo; dai bagagli a mano vengono fatti togliere le bottiglie d'acqua tranne... me!
Alle 9.25 iniziano le operazioni di imbarco. L'aereo è un Tupolev TU-154-M. I tanti strati di vernice che coprono le parti non pannellate come i battenti del portellone sono un chiaro indice di vetustà del veicolo. Come se non bastasse i portelloni delle uscite di sicurezza portano evidenti segni dell'opera di piedi di porco serviti a sbloccarli più di una volta.
Partiamo alle 9.50; gli assistenti di volo hanno più di quaranta anni, non gli manca l'esperienza. Alle 12.10 atterriamo a Novosibirski, la più grande città della Siberia. Dall'alto appare molto industriale per la presenza di tanti capannoni e ricca di acqua; è su un fiume o su un lago.
Anche qui, come a Ulaan Baator, i prati accanto alle piste dell'aeroporto sono usati come parcheggio per i vecchi aerei in disuso da decenni; così mentre l'aereo percorre lentamente le piste laterali per arrivare all'aerostazione si ha la sensazione di stare dentro un museo e di ripercorrere a ritroso la storia dell'aviazione civile sovietica.
2121A differenza della stragrande maggioranza degli aeroporti dove le autocisterne si avvicinano all'aereo per il rifornimento, qui è l'aereo che si ferma... nei pressi del distributore. È un tombino evidenziato dai colori giallo e rosso; una piccola autopompa pompa il carburante dal tombino e fa il pieno all'aereo.
Non ci fanno scendere dall'aereo e ripartiamo alle 13.00. Le hostess vestono una camicetta celeste scuro con ricami blu chiaro su gonna blu e sciarpa grigio e arancio. Gli steward hanno camicia celeste e giacca e pantalone blu. Ci servono lo stesso immangiabile pasto dell'andata; la differenza è che all'andata, un po' l'entusiasmo che ti fa apparire tutto più bello e più buono, un po' la paura dell'ignoto della serie… mangiamo ora, domani chissà, mangiammo tutto. Oggi con lo stato d'animo di chi sta per finire una vacanza è rimasta molta roba nei vassoi.
Arriviamo a Mosca alle 16.40 ora mongola, 12.40 ora locale. Questo tipo di aereo è molto rumoroso in condizioni di volo normali e come tutti gli altri accentua la rumorosità in fase di atterraggio; quello che lo differenzia dagli altri è il tipo di rumore. I motori non variano la potenza e quindi la rumorosità linearmente per cui rombi assordanti si alternano a paurosi silenzi accompagnati da enigmatiche vibrazioni della struttura. In tutti e quattro gli atterraggi con questo tipo d'aereo non c'è stato mai il classico applauso liberatorio dei viaggiatori... forse le mani erano ancora impegnate in gesti scaramantici.
2391Nuova lunghissima fila al banco transiti; questa volta siamo più sereni visto che abbiamo la coincidenza fra appena sette ore. In tutti gli aeroporti c'è un servizio vip per chi se lo può permettere ma il varco a loro riservato è generalmente in una zona appartata lontano da sguardi indiscreti; qui questo varco è accanto al nostro e non è piacevole vedere uomini d'affari e donne in carriera accompagnati da splendide fanciulle in divisa passarci accanto con passo spedito mentre noi siamo bloccati in una interminabile fila.
Ci troviamo una ventina di metri quadrati tranquilli addossati al vetro dei gates 1 e 2, per ora non attivi, e organizziamo il lungo bivacco che ci dovrà servire fino a stasera. È uno degli aeroporti di Mosca, il Sheremetyevo; non è grande e ci sono solo una decina di shops in cui far passare un po’ di tempo. Siamo rimasti colpiti da una piccola vetrina in cui sono esposte bottiglie di cognac il cui prezzo varia dai 1500$, la più economica, ai 5000$ la più cara. Se sono esposte a questi prezzi è perché qualcuno le compra!
2480Accettano gli euro e solo le acrobazie contabili di Michele ci fanno evitare grandi quantità di rubli di resto. Tra spuntini, shopping, partite a scacchi, scrittura di diari e altro le ore passano lente fino a che compare sugli schermi che il volo per Milano è stato ritardato alle 1.30 della notte. È un brutto colpo soprattutto per chi domani mattina deve essere in ufficio. L’imbarco per Roma è regolare.
Alle 20.00 partiamo con il nuovo Airbus A320-200; decisamente più confortevole del vecchio Tupolev anche se qui lo spazio vitale tra la poltrona di fianco e quella davanti è ridotto all’osso. Fortuna che Mosca e Roma distano solo tre ore e mezza di volo.
Siamo sul filo del tramonto, un tramonto bellissimo e lunghissimo visto che si viaggia contromano rispetto alla Terra. Abbiamo modo di ammirare le saette di un temporale non molto distante da noi e le poche luci presenti sulle isolette dalmate prima di atterrare a Fiumicino alle 23.30 ora moscovita, 21.30 locali.
I bagagli arrivano velocemente. È l’ultimo atto di questo splendido tour fatto in compagnia di simpatici e interessanti compagni di viaggio.

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Khogno Khan

17 agosto 2007, venerdì

3456Questa mattina a colazione arriviamo a una considerazione inquietante. Ci sono tantissimi animali da latte dalle pecore alle mucche, dalle capre agli yak ma sui tavoli non si trova mai una goccia di latte fresco, solo in polvere; in compenso a colazione le uova non mancano mai anche se in questi giorni non si è visto nemmeno una gallina.
Tra gli animali domestici a noi familiari il maiale non è molto diffuso; sono stati avvistati un paio di esemplari che grufolavano intorno al mercato di Tsetserleg. Gatti solo due ma erano casalinghi, di compagnia. Cani tanti; come accade spesso, dopo svariati incroci misti si arriva a un bastardo… di razza. Ha la taglia di un pastore tedesco, vispo, sempre coda alta, nero o marroncino. Quelli che hanno un padrone sono tremendi e non ti fanno avvicinare al bene che stanno proteggendo; la parola mongola che si usa per chiedere permesso, tradotta letteralmente significa allontana il cane e questa la dice lunga. Quelli che vagano liberi per la prateria sono invece tranquillissimi; sono in cerca di un padrone e quando l’hanno trovato lo proteggono con la dovuta cattiveria.
Tutte le volte che abbiamo messo su un campo di tende e si è timidamente avvicinato un cane questo, dopo due carezze e un biscotto, è rimasto al campo tutta la notte abbaiando quando un estraneo o un altro animale tentava di avvicinarsi alle tende. Sono tutti in ottima salute.
Nelle ultime notti, forse perché ce ne siamo accorti solo ora, le nostre gher sono state visitate dai topolini di campagna; lo stratagemma di rialzare le cibarie appendendole al soffitto non è stato sufficiente in quanto, utilizzando la struttura di legno delle tende come strade, questi animaletti riescono a raggiungere qualsiasi punto della gher.
Siamo fermi ad aspettare il terzo pulmino quando accanto a noi si ferma un’auto; scendono due tipi, giovani e ben vestiti che urinano a un passo dal nostro mezzo. Restiamo esterrefatti visto che noi per farla ci allontaniamo sempre decine di metri dal minivan. Non contenti, scambiando due parole col nostro autista, scoreggiano senza pudore!
3452Siamo fermati a un posto di blocco della polizia. È un vecchio camion furgonato verde scuro con una scaletta di legno per accedere all’interno del furgone dove una donna poliziotto controlla i documenti degli autisti dei mezzi che ferma un altro poliziotto in strada armato di fischietto e manganello di plastica rosso fosforescente.
Restiamo fermi quasi un’ora perché l’autista del nostro Uaz cerca di non pagare la multa dovuta perché il furgone non porta un adesivo che abilita il mezzo al trasporto di turisti. Dopo una lunga trattativa torna al mezzo soddisfatto ma non si capisce se è contento perché è riuscito a non pagare la multa o se è solo riuscito a ottenere uno sconto.
Alcuni mezzi, come i pullman di linea, si fermano anche senza essere invitati a fermarsi dal poliziotto e mentre l’autista porta i documenti alla poliziotta nel furgone i passeggeri invadono la prateria circostante per fare i bisogni.
Un pulmino uguale al nostro che trasporta locali è stato fermato; davanti, oltre all’autista, ci sono quattro persone… non oso pensare quante altre sono stipate dietro.
Arrivati nella capitale andiamo al grandissimo mercato soprannominato dai locali Black Market. È in un’area immensa, si paga per entrare, si vende di tutto. Ci sono tre enormi capannoni industriali coperti, uno di fianco agli altri; sotto questi e nello spazio adiacente non coperto ci sono una miriade di banchi che vendono i loro prodotti. Come in tutti i grandi mercati i negozi sono raggruppati per genere. Stoffe, vestiti maschili, femminili, per bambini, sportivi, classici, tradizionali. Noto che i tajer per donne hanno nella confezione sia la gonna che il pantalone cosa che in Europa non avviene.
C’è tantissima gente. Buona parte dei prodotti in vendita sono cinesi; grandi falsi come Adidas, Fila, North Face ecc. Tutti possono verificare la bravura di sarti, estetiste o parrucchieri perché questi lavorano praticamente all’aperto negli spazi a loro riservati. Per girarlo tutto occorrono ore e ore. Simpatiche le mutande da donna col culo imbottito.
3453Piove e transitare tra le bancarelle fuori dai capannoni è estremamente pericoloso; arrivano dei freddi gavettoni a sorpresa provocati dagli esercenti che svuotano le tende dall’acqua accumulatasi senza preoccuparsi minimamente delle persone che vi stanno transitando sotto. Incredibilmente si risolve sempre con ampie risate tra esercente e vittima di turno.
Nel reparto tessuti, negli angusti vialetti tra i banchi, transitano molti carretti carichi all’inverosimile di merce venduta trainati da esili portatori che gridano parole incomprensibili per noi per far spostare la gente e non perdere l’abbrivio. Nello spazio riservato ai gioiellieri si notano molti uomini che si provano al dito grossi anelli d’oro; classico oro venduto in oriente di bassa caratura.
Dopo cena facciamo un giro per la città by night; c’è molta gente per strada e nei locali. Il traffico è ancora consistente anche se non ci sono le chiassose file pomeridiane. Dal nostro albergo in dieci minuti a piedi si arriva alla piazza Sukhbaatar che è la piazza principale della città.
Sukhbaatar è colui che proclamò l’indipendenza dalla Cina nel ’21 e una statua equestre color terracotta al centro della piazza lo ricorda. Su questa grande piazza, ben illuminata e frequentata da moltissimi giovani si affacciano gli edifici più importanti della città con un misto di vecchio restaurato o in via di restauro e nuovo finito o in via di costruzione. La facciata principale del parlamento con la statua di Gengis in bronzo è rivolta simbolicamente verso sud come le porte delle gher.
A sud della piazza corre la via della Pace, la strada dello shopping della capitale. Prendiamo una birra in un Pub e torniamo in albergo tra la puzza della spazzatura bruciata che di sera prende il posto della puzza da smog di auto del giorno.
Davanti al nostro albergo c’è un grosso contenitore di immondizia e abbiamo notato che è costantemente ispezionato da bambini e adulti alla ricerca di cose utili da mangiare o capi di vestiario ecc. Decidiamo di lasciare qui e non in albergo tutto quello che non porteremo in Italia come vecchi indumenti sporchi e residui di cibarie.

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Ulaan Baatar

18 agosto 2007, sabato

3458Passiamo per la piazza Sukhbaatar. A quest’ora del mattino non c’è molta gente; era decisamente più affascinante ieri sera. C’è solo un giovane nonno che dondola tra le braccia il nipotino di pochi mesi. Il Gengis di bronzo posizionato all’ingresso del palazzo del Parlamento con la luce del giorno ha acquistato un’aria più imperiosa.
Il Gandan Khiid è il più grande monastero della Mongolia. Fu risparmiato dalle purghe comuniste per farlo vedere ai pochi visitatori stranieri per nascondere al mondo esterno che il patrimonio religioso del paese era stato praticamente distrutto.
Molti monaci, giovani e anziani, stanno nel cortile e si preparano a entrare nel tempio per la cerimonia del mattino. Su di una torretta vicina un giovane monaco emette tre lunghi suoni con una conchiglia rituale; è il segnale di inizio del cerimoniale per l’ingresso che è rigido e… folcloristico con la fila di monaci che si avvia al tempio con in testa i più anziani addobbati con copricapo che chiedono il permesso di entrare ad altri due monaci posizionati ai lati della porta chiusa che fungono da sentinelle. Aperta la porta i monaci entrano e prendono posto ai loro scanni passando con le mani congiunte tra due ali di fedeli. Dopo i monaci entrano i fedeli, ma non subito.
Anche qui la cerimonia ha inizio con i monaci che cantano all’unisono preghiere che leggono dai loro libri sacri; in questo tempio circolano delle preghiere scritte a grossi caratteri su enormi fogli di carta pergamenata lunghi circa un metro per quaranta centimetri di larghezza. Molte preghiere terminano con un oh lungo, unisono, col tono che decresce repentinamente fino al silenzio come se a tutti contemporaneamente mancasse la forza di continuare.
I
3475n questo momento siamo nel Ochidara Sum, uno dei tanti templi all’interno di questo monastero. Nelle vicinanze, in un altro edificio c’è la statua di Tsongkhapa, il fondatore dell’ordine dei Gelugpa o Berretti Gialli che è l’ordine predominante nel Tibet.
Alla fine del viale principale c’è un edificio bianco circondato da stupa e ruote della preghiera. È il Migjid Janraisig Sun all’interno del quale c’è la gigantesca statua alta quasi 30 metri; questa statua è stata finita dieci anni fa e sostituisce quella originale dei primi del novecento rimossa e trasportata a Leningrado e di cui ufficialmente si sono perse le tracce.
Questa è di rame ricoperto d’oro; al suo interno come consuetudine ci sono migliaia di sutra, mantra, tonnellate di erbe medicinali e, viste le dimensioni, una gher completa del suo mobilio. Tutt’intorno al perimetro del tempio ci sono milioni di statuette tutte uguali, di circa quaranta centimetri di altezza, rappresentanti Amitayus, il Buddha della longevità; sono tutte allineate nei ripiani di adeguate scaffalature e protetti da vetri scorrevoli.
Il Palazzo d’Inverno è il luogo dove visse Bogd Khan, l’ottavo Buddha vivente e ultimo re della Mongolia. Non fu distrutto dai russi come il vicino Palazzo d’Estate, ma trasformato in museo. È in fase di ristrutturazione; spero che i magnifici dipinti che ornano le travi di legno degli edifici non scompaiano sotto strati di vernici di un economico e frettoloso restiling.
Il Palazzo d’Inverno è una costruzione in muratura bianca che contrasta con i magnifici templi in legno che completano il complesso. All’interno del palazzo ci sono tantissimi animali imbalsamati, molti dei quali non sono autoctoni ma facevano parte dello zoo personale del re che era un grosso appassionato di animali.
Tra le stranezze esposte c’è un abito cucito con le pelli di ottanta volpi bianche e una gher, che all’epoca veniva montata in giardino quando le condizioni del tempo lo permettevano, rivestita con le pelli di centocinquanta leopardi delle nevi. Non c’è che dire, era un vero… amante degli animali!
3486Pomeriggio dedicato allo shopping. Le cartoline costano dai 300T ai 500T mentre il costo dei francobolli per l’Europa è di 850T. Le cartoline sono in vendita quasi unicamente nella capitale, nei negozi di souvenir presenti in musei e templi. Questi stessi negozi vendono anche i francobolli a prezzi maggiorati rispetto al dovuto. Per un francobollo pagato 850T nell’ufficio postale ci è stato chiesto anche il doppio del suo valore in alcuni shops. L’unica buca per lettere o cartoline è all’interno dell’ufficio postale all’angolo della piazza principale; un’alternativa è lasciare le cartoline alla reception dell’albergo sperando nell’onestà del personale visto che il valore di dieci stamps equivale grossomodo alla paga giornaliera di un lavoratore mongolo.
In serata andiamo al Teatro d’Arte Drammatica dell’Accademia Nazionale ad assistere a uno spettacolo di musica e danze tradizionali mongole. Belli i balletti, molto movimentati con i ballerini che indossano splendidi costumi. La bambina contorsionista durante il suo numero ti lascia a bocca aperta mentre il cervello è impegnato a rimettere i pezzi del suo corpo al posto giusto.
La musica è eseguita ottimamente da musicisti che suonano strumenti della tradizione mongola come il violino a due corde a testa di cavallo. I cantanti sono bravi ma la loro voce è troppo spesso sovrastata dagli strumenti. Il pezzo forte rimane comunque l’interprete del canto di gola mongolo, khöömi, che ti lascia stupefatto.
Lo spettacolo dura un’ora; accanto al teatro c’è il ristorante Seul che non è un ristorante coreano ma prende il nome dalla strada dove si affaccia. È uno dei migliori ristoranti della capitale con cucina internazionale orientale. Si può decidere di mangiare alla carta o self service pagando rispettivamente circa 15000T o 7000T. La qualità è ottima e la quantità abbondante. Alla fine si assaggia tutto e si riprendono più volte le pietanze che piacciono di più. Una grande abbuffata annaffiata da un boccale di birra finalmente fredda. Ci voleva dopo tre settimane di montone, carote, cipolle e patate.

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Tariat

16 agosto 2007, giovedì

3435In questa zona, l’aia, all’esterno delle gher, oltre che dagli animali, dalle gigantesche antenne paraboliche, dai pannelli fotovoltaici e dalla moto è caratterizzato dalla presenza di carretti di legno utilizzati per il rifornimento di acqua.
Nel South Gobi la scarsità d’acqua costringe i nomadi ha montare le proprie tende vicino a sorgenti o a piccoli corsi d’acqua perché è qui che cresce la poca erba ed è sempre qui che possono far pascolare i propri animali. Negli Altai le tende vengono tirate su nelle valli tra i monti in cui è sempre presente un piccolo torrente che soddisfa le esigenze idriche delle persone e degli animali. In questo altopiano centrale i pascoli sono anche lontani dai pur grossi corsi d’acqua per cui ai nomadi spesso conviene di più portare l’acqua alle mandrie e ai greggi che non portare gli animali all’acqua. Per fare ciò la motocicletta non basta così nasce l’esigenza di questo carretto che iconograficamente è trainato dagli yak ma che in realtà è trainato anche da buoi o cavalli. Non c’è un solo pezzo di ferro; ruote, mozzo, asse, pianale e sponde sono tutte in legno incastrato e zeppato. Ingegnosa è la ruota; il battistrada è costituito da quattro grossi pezzi di legno sagomati con l’ascia che assieme ai quattro raggi e al mozzo sono assemblati in un ordine preciso e poi zeppati. Non c’è l’anello di ferro che fungeva da battistrada e che caratterizzava e, soprattutto, irrobustiva i carri dei nostri nonni.
3442Ci fermiamo a Tsetserlieg per far rifornimento; il distributore di carburante è a poche decine di metri dal mercato. Sull’asfalto della strada c’è quello che a noi occidentali è sembrato un cane morto a causa di un investimento; l’autista del nostro minivan ha però capito che non si trattava di un cane morto e ha raccolto la pelle di montone che un incauto acquirente o venditore ha perso lasciando o andando al mercato. L’ha sistemata piegata sotto i nostri piedi generando un po’ di malumore tra noi passeggeri ma il disaggio è stato breve. Gli è bastato chiedere a una famiglia in attesa nei pressi del mercato se erano interessati; l’hanno aperta, controllato minuziosamente che non ci fossero buchi o imperfezioni e comprata per 15000T. Dieci minuti tra il ritrovamento e la vendita; un ottimo affare per il nostro autista visto che lo stipendio medio in Mongolia si aggira intorno ai 300000T al mese.
Ci tocca effettuare un altro soccorso in… corso di viaggio; una moto è rimasta senza benzina. L’autista aspira un litro e mezzo di benzina dal serbatoio del pulmino in una bottiglia d’acqua minerale vuota. Il motociclista paga e va via felice, ringraziando assieme alla sua compagna di viaggio ma sa che dovrà rifermarsi a chiedere aiuto nuovamente perché con un litro e mezzo di benzina non potrà mai raggiungere il distributore di Tsetserleg a meno che non ce ne sia un altro nascosto nel nulla che ci circonda.
Ci fermiamo in un classico agglomerato di casette sorte ai margini della pista che è troppo chiamare villaggio; nei guanz non è rimasto nulla da mangiare così inizia una corsa sfrenata verso il prossimo probabile punto di ristoro con noi che veniamo sballottati a destra e a manca su e giù in questi Uaz privi di supporti a cui aggrapparsi… e la chiamano vacanza!
Mangiamo una minestra di montone con tre ravioli cotta in soli... 90 minuti. Nel guanz c’è il televisore acceso così inganniamo l’attesa bevendo the al latte salato e guardando il classico telefilm poliziesco americano prodotto e girato però in Corea con attori coreani. Come in quasi tutto l’oriente il film è in lingua originale, in questo caso coreano, e commentato nelle pause del dialogo da una voce femminile in mongolo.
Lasciamo la strada principale che collega Kharkhorin a Ulaan Baatar, in questo tratto asfaltata e in buono stato, per raggiungere le montagne che vediamo verso nord. Ci sono le rovine di un vecchio monastero seicentesco distrutto nel settecento dai rivali di Zanabazar, l’eroe nazionale. Oltre alle rovinose rovine ci sono alcune edicole in legno una delle quali dal ’92 è stata trasformata in tempio. Non c’è nulla che possa giustificare la presenza di tanti turisti se non la vicinanza alla capitale.
3444L’accampamento di gher dove passeremo la notte è in una splendida posizione sotto una parete rocciosa nuovamente diversa nelle forme e nei colori da quelle viste finora. Sembra un muro a secco costruito con ciottoli giganteschi smussati, levigati e messi accuratamente uno sull’altro da una mano esperta e precisa che non ha lasciato vuoti tra un ciottolo e l’altro. Al tramonto la roccia di colore chiaro assume un colorito rossiccio che la rende ancora più affascinante.
In un ambiente così bello non potevamo che trovare… le gher più brutte da quando siamo in Mongolia; la porta non si chiude, il tettuccio rimane aperto, oltre ai letti solo uno sgabello e una… candela. Non c’è corrente elettrica!

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