Thimphu

Thimphu, 7 novembre 2015, sabato

Ieri sera a due isolati dal nostro albergo abbiamo visto una specie di bar con una grossa insegna rossa di Illy caffè; ci dicono che la mattina aprono alle 8.00 così, stamattina, felici andiamo a prenderci un bell’espresso prima di partire e… è chiuso.

Il Trashi Chhoe Dzong  è un imponente edificio stranamente non situato in posizione sopraelevata rispetto alla città ma posto al centro della valle, sulle rive del fiume che attraversa la città, il Wang Chhu; al suo interno ospita un grande monastero, visitabile, e l’Assemblea nazionale, la Sala del trono, gli uffici del re e di alcuni ministeri che logicamente non sono visitabili. Essendoci nel complesso gli alloggi e gli uffici del Re è normale aspettarsi controlli al metal detector e perquisizioni che comunque avvengono in maniera discreta e veloce.

Appena entrati incrociamo un paio di grossi Suv neri in cui riconosciamo per la fascia gialla sul costume tradizionale il precedente Re e vicino a lui il capo della polizia in divisa.

Ulteriori controlli prima dell’ingresso al grandissimo cortile interno; c’è un gran via vai di monaci giovani e meno giovani che si danno un gran da fare a passare da un edificio all’altro mentre altri monaci sono fermi al sole a chiacchierare. Il cortile è talmente grande che quasi non si sentono gli schiamazzi di un gruppo di cinesi entrati assieme a noi e che come al solito sono un po’… indisciplinati.

La struttura originaria risale agli inizi del XIII secolo; distrutta, abbandonata ed incendiata negli anni, nel 1962 iniziarono i lavori di ristrutturazione che l’hanno portato allo splendore odierno.

Nella sala dell’assemblea ci sono quattro troni dorati; i due centrali per il Re e per il Lama, e quelli laterali per il padre del Re e, più piccolo, per il primo ministro. Una imponente statua del Buddha è alle loro spalle; sopra c’è una cupola cubica splendidamente dipinta ed un ballatoio che gira tutt’intorno alla sala. Le solite mille statuette del Buddha in altrettante piccole nicchie e tantissimi libri sacri dividono le pareti laterali con bellissimi dipinti.

La strada che alterna tratti asfaltati a tratti interessati da frane in ricostruzione ad un certo punto comincia a salire fino al passo Dochula, a 3155 metri. Se non ci fossero nuvole basse e nebbia a tratti potremmo ammirare un po’ di vette Himalayane tra cui il Ganghar Puensum ed il Jhomolhari entrambi abbondantemente oltre i 7000 invece dobbiamo accontentarci del vicino Druk Wangyal Chortens, un sacrario fatto di 108 piccoli stupa disposti uno accanto all’altro in cerchi concentrici in cima alla collina di fronte al passo; sono stati costruiti per ricordare i morti bhutanesi caduti per respingere gli indipendentisti dell’Assam sconfinati da queste parti. L’insieme è bello.

Sulla collina accanto c’è il Druk Wangyal Lhakhang; oltre a 108 dipinti, realizzati dai monaci, che raccontano la vita di Buddha, ci sono tre statue del Buddha e due enormi zanne d’elefante appartenute al più grosso elefante vissuto da queste parti. Dal soffitto calano due lampadari a goccia di chiara origine europea che, seppur carini, stonano un po’ in questo contesto…

Da questo punto in poi la strada è in continuo rifacimento; anche se è rimasto in molti tratti il vecchio stretto nastro d’asfalto, i due lati sono soggetti a lavori di ampliamento con erosione della roccia a monte e allontanamento della scarpata a valle. Il tracciato asseconda sempre il profilo naturale dei rilievi che attraversa, senza disturbare più del necessario il percorso della natura; questo ovviamente porta a compiere lunghissimi giri per andare da un posto all'altro che sommato ai tanti cantieri aperti con tanto sterrato fangoso equivale a tanta perdita di tempo.

A Sopsokha lasciamo il pulmino e a piedi raggiungiamo il Chimi Lhak Hang; su ogni casa del paese è dipinto un fallo in erezione che tradizionalmente in Bhutan è un simbolo utilizzato per scacciare malocchio e maldicenze ed è anche simbolo portafortuna. I negozi di souvenir ne hanno esposti in vetrina di tutte le misure e di tutti i colori.

Attraversiamo le risaie della zona dove il riso è già stato mietuto; un gruppo di lavoratori e lavoratrici sta sbramando il riso al vento. I campi mietuti non sono stati ancora arati e le piante di riso stanno rigermogliando; forse riallagando i terrazzi si otterrà un nuovo raccolto o più semplicemente, senza allagare, si avrà un po’ di foraggio fresco per il bestiame.

Un giovane bhutanese si sta costruendo con molta cura un nuovo arco; il tiro con l’arco in Bhutan è lo sport nazionale. È quasi finito e lo mostra con orgoglio mentre nell’abitazione accanto i componenti di una famiglia sono intenti a spidocchiarsi a vicenda tranquillamente seduti a terra nell’aia.

All’esterno del monastero tantissimi monaci ragazzini giocano vivacemente sul prato dove un gruppo di giovani donne disposte in cerchio danzano e cantano motivi religiosi. Belle le grondaie che portano a terra l’acqua del tetto fatte da una serie di imbuti di rame uno nell’altro tenuti distanziati da pezzi di catena.

Nei due ingressi del piccolo cortile due grossi cilindri di preghiera, uno per parte, sono fatti girare dai fedeli che entrano. L’interno è piccolo ma… autenticamente antico; anche qui zanne di elefante a vista, splendidi dipinti alle pareti e, soprattutto, l’originale fallo in legno portato dal Tibet dal Lama Kunley fondatore del monastero. Questo monaco aveva fama d’essere un po’ libertino per cui ancora oggi le giovani coppie che hanno intenzione di avere figli passano di qui per ricevere una benedizione con questo fallo di legno con manico d’argento decorato e se i figli arrivano mandano le foto del bambino a prova dell’avvenuto miracolo; queste foto sono ordinatamente conservate in raccoglitori consultabili dai fedeli… una specie di feedback d’altri tempi!

Una coda per lavori ed un piccolo incidente causato dal nostro autista che rientra in anticipo dopo un sorpasso ad una pala meccanica ci fanno perdere tempo e non riusciamo ad entrare nel Punakha Dzong che con il suo ponte sul fiume si presenta in modo imponente.

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Calcutta

Calcutta, 15 novembre 2015, domenica

Partiamo all'alba dall'albergo per raggiungere l'aeroporto; nella piazzetta tra il New Market ed il nostro albergo ci sono una decina di persone che dormono per terra che sommati a tutti gli altri che dormono sui marciapiedi quasi mimetizzati per il colore degli abiti ormai color terra fanno un bel numero... purtroppo.

Complice la giornata festiva, le strade sono quasi deserte tanto che il nostro autista non rispetta nessun semaforo strombazzando a tutto ciò che si muove davanti a lui

Molti risciò a pedale hanno caricato la merce che andranno a vendere nei loro Street Point. Lungo una strada ci sono tantissimi cumuli di noci di cocco, una sorta di vendita all'ingrosso.

La giornata è caldissima ed afosa tanto che la cappa di smog è al suo massimo... splendore; sembra di stare in Val Padana.

Dopo la strage di Parigi le misure di sicurezza in tutto il mondo sono aumentate; anche qui in aeroporto si entra solo se devi partire. Un poliziotto all'ingresso controlla il biglietto ed il bagaglio che andrà in stiva viene sottoposto ad un security check prima del check-in dove ci consegnano anche le carte d’imbarco per il volo in partenza da Dubai.

L'aerostazione è a forma curva, molto alta, ariosa, senza fronzoli, molto semplice. Il controllo passaporti è prima del controllo bagagli a mano; su ogni bagaglio a mano, marsupio e borsello compresi, deve esserci una targhetta con i dati del proprietario su cui gli addetti al controllo appongono il timbro per l'ok.

Per essere l'aeroporto di una delle città più grandi al mondo la zone Duty Free è una delle più scarne al... mondo; un box per gli alcolici, uno per i profumi nemmeno troppo grandi ed un piccolo chiosco che quando è arrivato il mio turno aveva finito il latte per il cappuccino. C'è il wi-fi libero ma la procedura per registrarsi è abbastanza lunga e laboriosa e non vale la pena provarci.

L'imbarco comincia con una decina di minuti di ritardo rispetto all'ora prevista; una poliziotta controlla che su ogni bagaglio a mano ci sia la targhetta col timbro dell'ok ed un altro alla fine del finger, all'ingresso dell'aereo, controlla la boarding card dove c'è il timbro dell'ok di quello che ci ha perquisiti. Sono solo controlli di facciata perché se avessi avuto intenzioni cattive, con l'aiuto di un complice, avrei potuto passare la targhettina dal mio zainetto controllato all'altro con la bomba o addirittura passare la boarding card ad un'altra persona visto che chi la controlla e chi perquisisce non controllano il passaporto.

Lasciare a bordo pista gli aerei in disuso fa lo stesso effetto di vedere i camion o peggio ancora i pullman incidentati sul ciglio delle strade; incute una certa ansia in chi accinge a partire o sta viaggiando.

Il volo è l'EK571 e l'aeromobile è un Boeing B777-200; partiamo poco dopo le 9.00 con una decina di minuti di ritardo. La cappa di smog ed umidità è talmente spessa che le immagini delle telecamere esterne servono a poco.

Dubai è a 3370 chilometri di distanza e la raggiungeremo in quattro ore e mezza di volo. Andiamo contro mano rispetto alla rotazione terrestre per cui sarà un volo tutto di giorno.

Ci son voluti dieci minuti di volo per... vedere il sole. Siamo a 36000 piedi d'altitudine, circa 11000 metri, ad 820 km/h in direzione di Bombay quando ci servono il breakfast. Una frittatina con dentro pezzetti di pollo e piccanti patate in salsa masala e polpettine di spinaci come contorno, una vaschetta con pezzetti di anguria, uva e papaia, un dolce molto... dolce con uvetta e canditi, pane burro e marmellata di fragole, il tutto annaffiato da un buon vinello bianco francese.

Siamo sul Mare Arabico; passato Mumbai risaliremo la penisola arabica fino a Dubai per le prossime due ore.

A Calcutta, in fila al Gate, c'erano due pesi massimo, due fisici da lottatori di sumo; la speranza era quella di evitarli come vicini di poltrona, speranza poi esaudita. Purtroppo non avevo preso in considerazione la classica coppia di gemellini indiani in braccio al papà uno ed alla mamma l'altro perfettamente sincronizzati... quando finisce di piangere uno comincia l'altro e nei pochi momenti di quiete ci pensa la nonna a rompere con una nenia per addormentarli.

L'aeroporto di Dubai è molto grande; dal momento dell'atterraggio al parcheggio ci vuole qualche minuto. Con le telecamerine poste sul muso dell'aereo che danno la possibilità di vedere davanti e sotto l'aereo in volo si possono seguire le fasi dell'atterraggio da prospettive diverse da quelle solite dell'oblò. C'è stato un attimo di perplessità quando la pista d'atterraggio davanti a noi è stata attraversata da un altro grosso aereo che andava a parcheggiare; tutto nei limiti di sicurezza ma... occhio non vede...

Il percorso per la connection è abbastanza lungo ma alla fine del percorso il controllo passaporti prima e del bagaglio a mano dopo è relativamente veloce.

Un tipo vorrebbe chiederci informazioni ma non ricorda dove deve andare; non è anziano. Poi si ricorda, Madrid... preoccupante!

Il trenino interno ci porta al terminal A e qui, a differenza di Calcutta, è un enorme bazar super luccicante. Gli spazi interni sono ampi, luminosi, abbelliti da finte palme e vere cascate che danno un senso di freschezza che comunque non manca. Il volo è l'EK095 con partenza alle 15.05; partiamo con 40 minuti di ritardo con un Boeing B777-300. Bella la veduta aerea della città sulla nostra destra con i suoi grattacieli. Al largo, in mare, ci sono decine di navi ferme di tutte le dimensioni; penso si stiano radunando per procedere in convoglio per attraversare punti poco sicuri come il Corno d'Africa infestato dai pirati.

Sul Golfo Persico ci siamo stabilizzati sugli 11000 metri d'altitudine ad una velocità di 780 km/h. A cena buono il cuscus con fagioli neri ed altro ed il dolce con cheesecake alla vaniglia su letto di caramello e noci.

Manca un'ora all'arrivo previsto alle 18.39; siamo sulla Grecia e puntiamo su Brindisi. Con le luci spente, il soffitto della cabina di quest'aereo simula un sereno cielo stellato; meraviglioso, sembra di stare in un presepe. Molto rilassante.

Mancano 40 minuti all'arrivo; a differenza della Grecia dove dall'alto si riconoscono dall'illuminazione stradale i tanti lungomare delle città costiere e delle isole qui in Italia che è aumentata la densità abitativa nell'entroterra si riconoscono le tante piccole città che viste dall'alto sembrano vicine, tutte con forme diverse, originali, bizzarre.

Arriviamo a Roma con lo stesso ritardo con cui siamo partiti da Dubai. Hanno installato un nuovo sistema di controllo passaporti elettronici.

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Paro

Paro, 13 novembre 2015, venerdì

Oggi lungo trasferimento che ci porterà a Calcutta passando per la frontiera tra Bhutan ed India più treno da New Jalpaiguri. Partenza alle 6.00; per strada solo camion. I militari in riga stanno controllando la pista dell'aeroporto camminando lentamente; la pista è lunga 2,1 km per cui ci vorrà un bel po'.

Molti camionisti si fermano a pregare all'altezza di un altarino intralciando non poco il modesto traffico con i loro mezzi fermi ai due lati della strada.

Dopo una decina di chilometri la strada si restringe costringendo gli autisti a fermarsi incrociando altri mezzi; fortunatamente il traffico diminuisce man mano che ci si allontana da Paro. Le curve sono segnalate in anticipo con segnali triangolari o quadrati bianchi con bordo rosso con in nero disegnata la curva, tornante o doppia curva; una freccia alla fine del tratto nero ne indica la direzione.

A differenza delle nostre strade super affollate dove le forze dell’ordine organizzano posti di blocco mobili dove fermano pochi veicoli qui, dove il traffico è molto scarso, ci sono dei posti di blocco fissi dove gli autisti si fermano tutti per registrare il loro passaggio. In mattinata troviamo due di questi Check Post, uno all’Isuna Bridge e l’altro nel paesino di Rinchending.

Contrariamente alle strade indiane dove gli autisti suonano il clacson sempre e comunque, qui in Bhutan è vietato suonare a meno che non sia espressamente richiesto o necessario. In questo caso una tromba nera su sfondo giallo è dipinta sulla roccia.

Una costante sulle strade bhutanesi sono gli inviti alla prudenza fatti con frasi ad effetto scritti su cartelli ben in vista; tra i tanti: la velocità eccita ma uccide ed il classico meglio tardi che mai che a quanto pare è conosciuto ad ogni latitudine.

Ad una posta per tronchi di legno stanno caricando i camion senza l'ausilio di gru, solo corde e braccia; quelle cose che se non le vedi non ci credi.

Beep, beep, don't sleep è un altro monito... Verso le 8.00 attraversiamo un villaggio e tanti ragazzini a piedi si avviano verso la scuola. Anche bus della polizia e dell'esercito sono utilizzati come scuolabus per i loro ragazzi.

Man mano che si scende di quota la temperatura sale e si comincia a vedere qualche scimmietta per strada. Verso le 9.30 un bel rapace ci volteggia accanto nel suo giro di perlustrazione della valle; davvero spettacolare.

Di tanto in tanto sul bordo della strada ci sono delle costruzioni piccole, un metro e mezzo per sei circa, con tettoia e pavimento rialzato da terra dove i contadini vendono i propri prodotti ai viaggiatori.

Anche queste costruzioni hanno parti in legno laccato con colori e disegni tipici, chiaro segno della volontà di difendere e conservare l'identità nazionale anche curando i piccoli particolari.

Il 90% delle insegne degli esercizi privati, enti pubblici, hotel, negozi ed altro hanno il fondo blu con scritta bianca indicante nome, telefono ed altre informazioni utili all'utente come l'indirizzo email; non sono invasive.

Camion fermo in curva con motore rotto e colata di olio che corre a valle; il massimo della sicurezza stradale.

Il piccolo Kharband Goemba è un moderno monastero con bella vista sulla pianura e sulle città di frontiera di Phuentsholing e di Jaigaon. E’ in corso una cerimonia religiosa con i classici canti, suoni di tamburi, corni e strumenti a fiato. Suggestiva.

Arriviamo a Phuentsholing, la città di frontiera bhutanese; a giudicare dall'affollamento di mezzi al distributore il gasolio deve costare meno che in India.

Nell'ufficio frontaliere ci sono tre addetti che con l'impronta di un nostro dito richiamano i dati memorizzati in entrata e in men che non si dica ci timbrano il passaporto.

Passiamo la frontiera e come d'incanto ci troviamo all'inferno e Marvin s'adatta immediatamente strombazzando e sgomitando col mezzo per il chilometro che ci separa dall'ufficio immigrazione indiano di Jaigaon. Nell'atrio c'è un tizio che legge il giornale; fa finta di niente, poi quando gli chiediamo spiegazioni si alza e, senza proferire parola, apre l'ufficio e passa dietro il banco... è lui l'addetto. Ci fa compilare un modulo, controlla minuziosamente tutti i dati ed alla fine appone l'agognato timbro sul passaporto.

Sincronizziamo gli orologi all’ora indiana riportando indietro le lancette di mezz’ora. Marvin, ricevuta la mancia, dà qualcosa ad uno storpio che sta vicino a noi a chiedere l'elemosina. Un bel gesto che gli fa onore. Saliamo sul bus che per circa 150Rps ci porterà alla stazione di New Jalpaiguri. E' lo stesso modello di minibus col quale abbiamo scorrazzato per il Bhutan, ma le condizioni sono disastrose.

Il mezzo è infestato dalle formiche che alle nostre rimostranze l'autista spazza via alzando un nuvolone di polvere. Accanto all'autista siede un tizio ben vestito che non pronuncia parola; lo soprannominiamo subito il muto.

Partiamo nella bolgia cittadina; nostro malgrado dobbiamo dimenticare la guida tranquilla e silenziosa del Bhutan e riprogrammarci sulla guida aggressiva e... rumorosa indiana. E' l'ora di punta e taxi e bus sono stracolmi con tante persone sui tetti.

Appena usciti dal caos cittadino piantagioni di tè a perdita d'occhio e, man mano che si scende di quota, le risaie progressivamente ne prendono il posto; in molti appezzamenti  stanno mietendo il riso a mano col falcetto lasciando i covoni ordinatamente per terra. Questi vengono prima radunati in un punto di raccolta vicino alla strada e poi caricati sul cassone di un rickshaw per essere trasportati sul luogo della trebbiatura.

Il paesaggio cambia nuovamente; passiamo da una galleria naturale di bambù ad appezzamenti di granturco prima e di tè dopo.

Nel ristorante dove stiamo mangiando un principio d'incendio mette tutto il personale in agitazione; corrono su e giù per i locali a prendere contenitori d'acqua poi, fortunatamente, tutto rientra nella normalità e rientriamo a mangiare. Mentre il personale si agitava io cercavo la via di fuga più rapida e sicura nel caso la situazione fosse precipitata... con le finestre tutte aperte e protette da robuste inferriate fisse l'unica via di salvezza era... attraversare le fiamme!!!

Incrociamo un pullman che per non rallentare passa troppo sotto un albero a discreta velocità e prende in pieno un ramo col carico saldamente assicurato sul tetto; il risultato è una scia di peperoni verdi sulla strada ed un grosso pezzo di ramo sul risciò parcheggiato proprio sotto l'albero col suo guidatore che non sembra affatto contento dell'accaduto.

Nel nostro bus c'è una serie di ventilatori con un impianto elettrico da paura tanto che ad un certo punto uno dei ventilatori ha cominciato a fumare costringendoci ad una fermata per evitare il peggio. Speriamo che sia l'ultimo principio d'incendio per oggi.

Da quando siamo scesi di quota è aumentato il numero delle scimmie; sono sul parapetto della strada pronte a scattare se qualche automobilista o camionista gli lancia qualcosa di commestibile.

Nei pressi della stazione di New Jalpaiguri c'è un deposito carburanti della India Oil. Fuori ci sono centinaia di camion cisterna in attesa di caricare; impressionante.

Arriviamo alla stazione abbondantemente in anticipo; con l’aiuto di alcuni collies, 50Rps a bagaglio, raggiungiamo la Platform 1 dove arriverà il nostro treno. Inganniamo l’attesa con lunghe passeggiate alla scoperta del mondo che anima la stazione dai viaggiatori ai lavoratori, dalle povere famiglie accampate con bagagli in quantità lungo le pensiline con la speranza che il treno che aspettano li porti verso un futuro migliore ai manager con valigetta e telefonino sempre in moto, dagli esili facchini che caricano e scaricano quantità incredibili di merci dai treni ai dirigenti che controllano che le procedure annotate su vissuti block notes vengano messe in pratica dai loro sottoposti.

Ogni binario ha da un lato il marciapiedi alto per servizio viaggiatori e dall’altro un passaggio di servizio con condotta d’acqua e tante cannelle per il rifornimento idrico delle vetture.

Classica la calca che si genera all’arrivo dei treni provocata da quelli che vogliono entrare per accaparrarsi i pochi posti a sedere disponibili senza dare la possibilità ai viaggiatori in arrivo di scendere; nasce la solita mischia e… che vinca il migliore! La stazione serve un territorio molto ampio per cui il traffico viaggiatori è enormemente sproporzionato rispetto alla cittadina. Ci sono anche i binari a scartamento ridottissimo a cui stanno lavorando; non so se per riportare il Toy Train qua giù o per eliminarlo da questa stazione definitivamente.

A dispetto del grosso traffico e del degrado strutturale la stazione appare pulita anche tra i binari tanto che i tanti topi devono girovagare molto prima di trovare qualcosa di commestibile da mangiare.

I locomotori in questa zona sono tutti diesel; c’è una grande varietà di modelli che vanno da quelli ad unica cabina di guida come i nostri mezzi di manovra a quelli più moderni che ne hanno una per senso di marcia. Tutti hanno due carrelli a tre assi. All’interno della cabina di guida ci sono numerosi monitor segno che non sono tecnologicamente vetusti.

Il locomotore di un treno in arrivo e ripartito dopo una discreta sosta con altro personale di macchina è stato controllato minuziosamente sia dai macchinisti in arrivo che da quelli in partenza.

Il nostro treno è il 12738 delle 21.00 che sta entrando lentamente in stazione dopo pochi minuti che è partito un altro treno per Calcutta. Come sempre i fogli delle prenotazioni dei posti sono letteralmente incollate all’ingresso delle singole carrozze così ognuno può controllare il suo nome sulla lista prima di entrare.

Le carrozze sleeper sono le più economiche, 350Rps fino a Calcutta; ci sono i ventilatori ma non le lenzuola e coperte. La pulizia è sommaria per cui la presenza di piccoli insetti è normale. Tutti i viaggiatori sono muniti di singolo o doppio lenzuolo.

Il treno parte sempre con le porte aperte; il macchinista aziona la tromba e dopo una decina di secondi il treno si avvia lentamente dando tempo ai ritardatari di salire o scendere dal treno in corsa. Un addetto del treno ha provveduto a chiudere le porte dall’interno dopo ogni partenza.

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Calcutta

Calcutta, 14 novembre 2015, sabato

Il nostro Padatik Express dovrebbe arrivare alle 6:45 alla stazione di Kolkata Sealdah ma a quest’ora si cominciano a vedere solo le prime case o baraccopoli della vasta periferia di Calcutta. Nonostante il gran numero di binari che convergono alla metropoli indiana restiamo imbottigliati nel traffico locale e procediamo lentamente con continui stop and go.

I viaggiatori che non devono arrivare al capolinea ne approfittano per scendere nei pressi delle stazioni satellite così che i binari si riempiono di viaggiatori con bagaglio anche notevole che raggiungono a piedi le varie stazioncine.

Con un minibus raggiungiamo l’albergo che è lo stesso dell’altra volta, il Lindsay, di fronte al New Market. Le camere non sono ancora a nostra disposizione, comunque ci registriamo in ingresso con la solita procedura lenta e macchinosa; che ci siano dei form da compilare e passaporti da fotocopiare lo posso capire come posso capire che il tutto avvenga ad un ritmo lento ma che si perda tempo a controllare minuziosamente che ogni fotocopia appena fatta sia perfettamente conforme all’originale…

Operai specializzati in cerca di ingaggio sono seduti in fila lungo il marciapiede con i pochi ferri del mestiere che ne specificano le competenze ben in vista davanti a loro; sega per il falegname, scalpello e martello per lo scassatore, mestola per il muratore ecc.

La città si sveglia pian piano; i primi ad attivarsi sono gli street food che sono già in piena attività con i primi clienti che mangiano.

All’interno del New Market, nel reparto carni, a parte il puzzo nauseante, bella la scena di un gatto che sul banco mangia tranquillamente i bocconcini che gli ha dato il macellaio.

Chiedo informazioni al vigile urbano seduto nel suo gabbiotto intento a leggere il giornale: mi guarda senza proferire parola… imbarazzante. Le strade sono piene di gente di tutte le età e ceto sociale tutte in preda alla sindrome dello shopping selvaggio; in effetti è sabato e da che mondo è mondo… in ogni parte del mondo… succede la stessa cosa.

Bolgia nella bolgia… la stazione dei bus dove, tra l’altro, i portatori caricano le merci contenute nei sacchi sul tetto dei pullman salendo le scale con i sacchi in equilibrio in testa; si esibissero in un circo farebbero sicuramente più soldi…

Un tram è deragliato; due operai con un carro attrezzi, vetusto come i tram di Calcutta, in meno di dieci minuti lo rimettono… in piedi. Prima lo trainano in obliquo per avvicinare la ruota alla rotaia e poi usando la ciabatta di ferro lo riportano su; stessa operazione per ogni asse sviato. Velocissimi e bravissimi; da notare che il tutto è avvenuto con il conducente ed i viaggiatori a bordo…

Cenato nel ristorante dell’albergo posto sulla terrazza dell’edificio; tanta scena, poca sostanza. Non vale i soldi spesi.

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Paro

Paro, 12 novembre 2015, giovedì

Questa mattina visita al sito più famoso del Bhutan, il Taktsang Goemba, monastero della Tana della Tigre. Arriviamo con il minibus ai piedi della montagna; è presto, stanno ancora montando le bancarelle dei souvenir, ma non abbastanza... ci sono già piccole carovane di cavalli pronte a partire che per 700Rps portano su i turisti più pigri o meno atletici.

Il sentiero sale su nel bosco di pini; il fondo è duro con polvere in superficie, radici emerse e pendenza medio alta. La difficoltà maggiore è rappresentata però dai cavalli che ci precedono; il sentiero è largo mediamente un metro e mezzo e permetterebbe di sorpassarli in sicurezza solo che le bestiole procedono zigzagando alla ricerca del miglior grip, quindi bisogna aspettare che si fermino a bere in strategici abbeveratoi o che qualcuno della colonna si impunti.

Dopo poco passiamo accanto a tre tempietti con un piccolo ponte in legno sul piccolo ruscello ed una… grande immagine sacra dipinta su di una roccia; un simpatico angolino immerso nella vegetazione. Intanto le nuvole mattutine si sono dissolte regalandoci una giornata di sole con cielo limpido ed assenza, o quasi, di vento.

Arriviamo dopo una mezzoretta alla caffetteria; è un punto di ristoro con shop e toilette annesse a pochi metri dal sentiero. Sul sentiero c'è una grossa ruota di preghiera ed un filare di ruote più piccole e tante bandiere di preghiera lungdhar che si incrociano in aria tra loro. È anche il punto di arrivo dei cavalli; da qui in poi tutti a piedi.

Si comincia a vedere il monastero incredibilmente aggrappato alla ripida parete rocciosa ma a quest'ora è in ombra e la cosa amareggia non poco il fotografo che è in noi. La salita continua fino ad un punto panoramico posto alla stessa altezza del monastero; il dislivello dal punto di partenza del trek a questo viewpoint è +485 metri, non poco.

Qui finisce il sentiero sterrato e comincia una lunga sequenza di gradini che prima scendono e poi risalgono al monastero. Cominciamo la discesa dopo un'ora circa dalla partenza.

I gradini sono di diverse altezze e spesso inglobano la roccia sottostante; tornantino dopo tornantino si arriva a valle passando per una strana piccola costruzione con spaventapasseri, teche contenenti coppe con olio santo ed una musichetta sacra a basso volume che proviene dall'interno anche se la porta è chiusa con un grosso lucchetto. Comunque è un buon posto di sosta ed un buon punto panoramico sul monastero.

La discesa finisce sul ponte di legno che attraversa il ruscello alimentato dall'acqua di una alta e bellissima cascata; l'acqua prima di passare sotto il ponticello alimenta un mani chukor. L'insieme è un misto di bellezza e misticismo con il suono del campanellino che, azionato dalla ruota, rompe il silenzio ad ogni giro.

Al di la del piccolo ponte a sinistra si va al Lione Cave, una casetta incastrata nella roccia dove vive un monaco eremita; gli scalini per arrivarci sono di una ripidezza estrema. Su c’è un piccolo cesso, un tempietto e la casa del monaco. Un cartello invita a non sostare a lungo in questo posto per non disturbare l'eremita. La discesa è anche più impegnativa della salita; meglio non guardare in basso, è poco meno di una parete verticale.

Dopo il ponte a destra si sale al monastero; siamo ad un dislivello di -100 metri dal viewpoint e dal monastero ed il tratto che ci separa dal Tiger’s Nest è tutto dritto, senza tornantini e con gradini di altezze disomogenee.

Sia i gradini che abbiamo percorso in discesa sia questi che stiamo salendo sono addossati alla parete rocciosa; dove la roccia forma delle mensole naturali o delle cavità sono stati posti qui dei piccoli stupa di terracotta, dalle dimensioni di un pugno, colorati generalmente di bianco o giallo. Con questi piccoli stupa si onorano i defunti; è un chiaro esempio di influenza reciproca tra l’animismo delle origini della religione Bon e gli stupa del buddismo.

A metà salita c'è un piccolo portale in legno dopo il quale troviamo un originale sistema di raccolta delle acque. In fondo ad un incavo naturale nella roccia, profondo un paio di metri, l'acqua che trasuda dalla volta viene giù goccia a goccia. Una pala simile nella forma a quella usata per infornare le pizze è posizionata in modo che l'acqua vi goccioli al centro; i bordi rialzati incanalano l'acqua in un tubo legato al manico della pala che la porta in cima ad un bidone posizionato al margine della scalinata, riempiendolo. Alla base del bidone un rubinetto rende fruibile a tutti un po' di refrigerio.

Arriviamo in cima al monastero dopo un'ora e mezza dalla partenza. Non c'è molto spazio; un'asta con una bandiera di preghiera lhadhar, una panchina di cemento ed un gabbiotto con una serie di armadietti in cui stipare zaini, macchine fotografiche e telefonini. Un poliziotto registra a mano il nome e consegna lucchetto e chiave ed un altro poliziotto ti perquisisce per essere sicuro che non hai... dimenticato la macchina fotografica in tasca prima di salire gli ultimi ripidi 65 scalini che portano al Gompa composto da dieci templi, nove grotte sacre e diverse abitazioni collegate tra loro da… scale con gradini scavati nella roccia.

La roccia, nel punto dove è stato costruito il complesso monastico, visto da lontano, somiglia ad una maschera con tanto di occhi e naso.

Si dice che Guru Rimpoche abbia raggiunto questo sito in volo in groppa ad una tigre per sottomettere il demone locale e dopo questa fatica è rimasto tre mesi a meditare in questa grotta. Nel primo tempio che si visita, quello basso, c’è appunto il Buddha che cavalca la tigre che è la rappresentazione della moglie. Nel tempio alto il Buddha è affiancato da dodici statue più piccole raffiguranti altrettante manifestazioni diverse. Ci sono molte offerte sia in denaro che in beni... mangerecci.

Il terzo tempio che vediamo è il cosiddetto Nido della Tigre. Questo tempio è stato quasi completamente distrutto da un incendio ed ora ricostruito; prima era semplice, spartano, annerito dai fumi di oli ed incensi perché all'epoca la vita monastica era povera. Ora la ricostruzione ha restituito un tempietto ricco perché oggi il monastero, come il mondo monastico in genere, riceve molte offerte non solo dai privati ma anche dallo stato.

Il Buddha centrale è affiancato da due statue raffiguranti il Buddha della compassione che abbiamo imparato a riconoscere bene perché si distingue dagli altri per le sue undici teste e venti braccia... Il pozzo delle offerte è profondo diversi metri e metterà sicuramente a dura prova i monaci delegati a recuperare le tante monete e banconote che contiene.

Nel quarto tempio troneggia un grosso Buddha storico mentre nel quinto una statua di contorno raffigura una scena di sesso; nel buddhismo si raggiunge la verità o con la meditazione o con la pratica (tantrico). All'ultimo grado il maestro si accoppia con un'allieva ed è quello che vuol rappresentare questa statua.

Nella cappella votiva ci sono centinaia di lampade di tutte le dimensioni alimentate con l’impasto di burro e cera; per una offerta di 20Rps si può accendere lo stoppino di una piccola coppetta.

Il Tiger Nest, il nido della tigre è una profonda fessura nella roccia con una malferma scala di legno che dovrebbe aiutare a scendere giù ma che in effetti scoraggia chi ha un minimo di... sale in zucca.

Dentro una stanza-grotta c'è lo stupa di un monaco che è stato a capo del monastero e che deve aver lasciato un buon ricordo di se visto che i suoi resti sono conservati nello stupa all'interno del monastero e soprattutto perchè la cassetta delle offerte a suo nome è piena di banconote dei fedeli.

Nel frattempo il sole... girando ha illuminato il monastero permettendoci, nella via del ritorno, di fare un po' di foto. La discesa come sempre, nei punti più ripidi, è più impegnativa della salita.

A valle facciamo una specie di picnic all'aperto assieme a undici cani randagi che ci fanno compagnia aspettando da noi qualche briciola; sono vicinissimi ma per niente invadenti.

Il monastero è a 3000 metri d'altitudine mentre ora siamo a 2600 metri. Ci sono stati due infortuni tra i trekkers; una è portata giù in questo momento su di una lettiga con una caviglia steccata con un pezzo di legno di fortuna. Purtroppo molti turisti affrontano questo non impossibile ma difficile trekking senza un paio di scarpe adeguate; viste delle ragazze coreane con sandaletti ai piedi o scarpe con le zeppe. Ieri una turista italiana si è fratturata la gamba in modo scomposto ed è stata spedita a Bangkok per essere operata.

Lungo la strada che ci riporta a Paro c'è il Kyichu Lhakhang uno dei santuari più antichi e più sacri del Regno risalente al VII secolo ed edificato su ordine del re tibetano Songsten Gampo; nel sagrato esterno c’è un chorten, un mani muro, una serie di quattro grossi cilindri di preghiera di cui uno nuovo ancora incellofanato ed un altro rappezzato alla meglio e tanti piccoli cilindri di preghiera incastonati nelle mura perimetrali degli edifici. I fedeli, prima di entrare, girano tutt'intorno in senso orario facendo... girare tutti i cilindri.

Nel cortile interno c'è uno stupa e gli ingressi ai due templi che chiamano New e Old Temple. Nel nuovo c'è un grosso Buddha; grosso rispetto alla struttura che lo ospita, tanto che la testa è nella cupola quadrata con la luce di una finestra che gli illumina il volto. Bellissimo il piccolo stupa dorato posto al lato della statua centrale.

Nel vecchio tempio il Buddha centrale è in una cripta chiusa visibile tramite una grata. Nella cripta ci sono altri vecchi Buddha più piccoli che sembrano di legno scolpito; comunque sono scuri ed il tutto da davvero il senso dell'antico.

Al di qua della grata ci sono tanti Buddha compassionevoli con le loro undici teste e venti braccia e molti libri di preghiera ordinatamente avvolti in vecchie stoffe.

La parte di Paro che abbiamo visto è un grande bazar con decine di negozi lungo la main road e strade laterali; non sono solo negozi per turisti che comunque sono la maggioranza.

Bello il negozio di stoffe, sembra un museo. Le freccette sono enormi, infatti devono raggiungere il bersaglio che è molto lontano; hanno il corpo di legno come una grossa trottola, tipo strummolo, e come punta un pezzo di asta filettata da 15.

In un piccolo cartone c'è una cagnetta accucciata con i suoi due cuccioletti neri di poche ore; il cartone è piccolissimo, non più di 30 x 30. Un'immagine commovente.

In una pasticceria ci sono i croissant e la macchina per il caffè espresso; 120Rps, buono.

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