Cairo-Entebbe
11 maggio 2024, sabato
Cenare dopo la mezzanotte non è il massimo, poi ci si è messo pure un americano dietro di me, non giovane ma tipicamente sovrappeso, che puzza come una capra e ha modificato i profumi delle pietanze…
Alle quattro si accendono le luci e ci allacciamo le cinture; cominciamo a scendere. Fuori è ancora buio pesto.
Prima di atterrare sorvoliamo la capitale ugandese, Kampala; è molto estesa e, a giudicare dalle luci accese, è molto popolata.
Alle 4.30 siamo fermi nel piazzale dell’Entebbe International Airport, tra aerei piccoli e piccolissimi; il nostro Boeing fa una bella figura. Quest’aeroporto è entrato nella storia nel 1976 con l’Operazione Entebbe, quando i corpi speciali israeliani liberarono gli ostaggi di un dirottamento aereo rinchiusi in un hangar ingannando i dirottatori con una Mercedes nera simile a quella dell’allora dittatore ugandese Idi Amin che li appoggiava.
Al controllo passaporti, un omone in divisa lento e assonnato, senza pronunciare parola, ha stampato e incollato con cura un bel visto sul passaporto.
Appena usciti dalla sala del controllo passaporti, abbiamo il primo assaggio del clima caldo umido che, penso, ci accompagnerà per buona parte del viaggio.
I bagagli arrivano subito e tutti e mentre ci avviamo verso l’uscita incappato in un altro controllo dei bagagli a mano e da stiva; ad Antonio trovano il drone che è passato indenne a tutti i controlli da stamattina e se lo trattengono. Potrà ritirarlo quando ripartiremo. Questo divieto non è specificato da nessuna parte ma miracolosamente appare scritto sul cartellone che riporta le cose che non si possono introdurre nel paese che è posto dopo lo scanner; è come mettere il cartello del divieto d’accesso alla fine della strada e non all’inizio.
I 4x4 sono molto particolari; sono dei Toyota modificati a mano. Le modifiche sostanziali sono il tettuccio piccolo del guidatore e quello grande dei passeggeri; il primo è incernierato da un lato e si apre a ribalta mentre l’altro si solleva in verticale di una trentina di centimetri e rimane in questa posizione fungendo anche da tendalino. Lo scopo è di poter osservare gli animali selvatici dall’auto in tutta sicurezza; otto posti comodi compreso l’autista, frigo molto utile a queste latitudini ma poco spazio per i bagagli.
Dobbiamo aspettare che gli uffici di cambio aprano nella capitale per cui ne approfittiamo per fare colazione in un locale che sta aprendo in questo momento e il personale è sorpreso di vedere tanti visitatori pallidi a quest’ora mattutina. Anche noi siamo rimasti sorpresi dalle dimensioni dei cornetti e delle razioni in genere. Accettano solo carta credito o moneta locale che ancora non abbiamo.
La guida delle auto è all’inglese; mezzi a due ruote sono la stragrande maggioranza e nonostante l’ora già ci sono degli accenni d’ingorgo.
Dal punto di vista artigianale non passano inosservate le numerose esposizioni di massicci letti di legno massello, degli enormi divani e poltrone di similpelle dai colori improponibili, e dei cancelli di ferro.
A giudicare dall’elevatissimo numero di distributori di carburante presenti, spero di abbandonare prima possibile questa metropoli perché, se tanto mi da tanto, il numero di mezzi in circolazione sarà elevato e, visto le condizioni delle strade, il traffico sarà infernale.
Come spesso accade in questi paesi poveri, una delle prime occupazioni mattutine della popolazione, soprattutto femminile, è quella di pulire davanti all’uscio di casa o della propria attività lavorativa.
Assieme a fabbri e falegnami anche la sartoria si fa notare; le macchine da cucito poste solitamente sull’uscio del laboratorio sono introdotte da tanti manichini piazzati sul marciapiede. La cosa curiosa è che in un paese centroafricano i manichini al novanta per cento sono di… carnagione bianca.
Siamo solo da poche ore in questo paese e già bastano a capire che il servizio taxi su brevi distanze si svolge sulle due ruote; le moto, 100 cc con lungo sellino, spesso sono guidate acrobaticamente col tassista seduto sul serbatoio per fare spazio a due o, spesso, tre clienti e qualche bagaglio. Le postazioni di partenza sono all’ombra di qualche albero o di gazebo auto costruiti.
Le impalcature dei palazzi in costruzione sono paurosamente improvvisate, senza una logica costruttiva; sono di legno e non di canne di bambù.
Poliziotti dall’aria severa fermano soprattutto i mezzi sovraccarichi come le due ruote con quattro persone in sella e anche noi; controllano scrupolosamente i documenti e le autorizzazioni a trasportare turisti e gli stop non sono veloci.
È un bel po’ che si cammina e siamo ancora nell’immensa capitale ugandese, Kampala. Abbiamo preferito cambiare i soldi qui in modo da aspettare l’apertura dei cambia valuta in movimento, avvicinandoci alla nostra prima meta giornaliera, lo Ziwa Rhino Sanctuary. Al Grand Imperial Hotel ci sono numerosi box attaccati uno all’altro dove fanno le operazioni di cambio; 3970 shellini ugandesi per un euro.
Oltre ad esserci tanti distributori di carburante, la cosa che stupisce è il gran numero di personale che vi lavora; in pratica c’è una ragazza per ogni pompa più quelle all’interno degli shops.
Siamo ormai fuori città ma i posti di blocco della polizia non scarseggiano. La differenza è che mentre in città gli uomini e le donne in divisa possono contare sul traffico per rallentare i veicoli qui si devono ingegnare e hanno escogitato delle chicane delimitate da barre di ferro con chiodi saldati artificialmente che costringono gli autisti a rallentare.
In alcuni punti, dove la strada lo permette, si sono concentrati dei box ristoro nei pressi dei quali le auto e i pullman hanno lo spazio per fermarsi e poi sono letteralmente aggrediti dai ragazzi che fanno la spola tra i venditori di frutta e arrosticini e le auto. È un delirio; è un po’ come al McDrive, quando decidi di comprare un hamburger senza scendere dall’auto in uno dei noti marchi americani, con la differenza che qui sei letteralmente sequestrato in macchina. Comunque la qualità e la varietà dei prodotti offerti valgono il sacrificio.
Sulle strade transitano tanti camion stracarichi di canne da zucchero che in salita sbuffano soffrendo; i mezzi di trasporto pesante sono molto vecchi, pochi e viaggiano sopra le loro possibilità di carico. Basta una buca o uno dei tanti dossi dissuasori non visti a causare gravi danni meccanici ai malconci mezzi.
Sono tantissimi i termitai, in questa zona rossi come il terreno, che risaltano a meraviglia sul verde che li circonda; c’è tanto rispetto per questianimaletti tanto da non essere distrutti nemmeno se si trovano a interrompere un marciapiede costruito dopo.
Usciti dall’estesa metropoli, il rifornimento dell’acqua avviene alle pompe a mano che, sfortunatamente per chi si deve approvvigionare, si trovano nei punti più bassi dell’ondulato territorio che stiamo attraversando per cui, all’andata percorrono in discesa la strada con i tipici contenitori di plastica gialla vuoti e in salita con le taniche piene. Fortunatamente c’è molta solidarietà e i poveretti sono aiutati a spingere le bici su cui sono stipate più taniche.
Ci sono piccole chiese lungo la strada e tantissime piccole moschee tutte uguali con un solo piccolo minareto in uno dei quattro spigoli; sembrano costruiti a distanza tale da poter ascoltare le preghiere diffuse dall’altoparlante ovunque uno sia.
Ci sono dei bovini al pascolo che hanno delle corna spropositate; è una razza autoctona chiamata Ankole che è allevata sia per la carne sia per il latte. Una caratteristica locale dei punti vendita di carne è che questa è esposta in un pezzo unico e da questo è tagliata la quantità richiesta dal cliente; ciò è possibile perché non sono richiesti tagli differenti dai bocconcini da cucinare in umido o infilzati allo spiedo.
La pubblicità è dipinta sulle pareti esterne delle case e sui muri in genere e questo dona una bella vivacità cromatica ai villaggi che attraversiamo che altrimenti sarebbero smorti.
Dopo duecento chilometri di strada abbastanza buona arriviamo allo Ziwa Rhino Sanctuary; dopo il cocktail di benvenuto paghiamo i quarantacinque dollari a persona. Per evitare distrazioni di soldi, da qualche anno la carta di credito è l’unica forma di pagamento accettata nei parchi. Prima di partire a piedi alla ricerca di questi animaletti, il ranger armato che ci accompagnerà ci spiega, in un esauriente briefing iniziale, le regole di comportamento da rispettare una volta trovati i rinoceronti e quelle di emergenza, nel caso che l’animale s’innervosisca. In questo caso bisogna correre dietro a un grosso albero e, se si è in grado di salire per oltre due metri bene altrimenti desistere perché sotto questa misura il rinoceronte riesce tranquillamente a incornare lo sfortunato turista; valida alternativa è rifugiarsi dietro una siepe e restare fermi perché i rinoceronti hanno la vista laterale e non vedono davanti a loro.
Troviamo subito una bella famiglia che pascola tranquilla, poi il cucciolo si butta a terra all’ombra di un’acacia e il padre e la madre lo imitano. Siamo molto vicini, riusciamo a sentirne il respiro; emozionante. Sono rinoceronti bianchi, bianchi non per il manto che è grigio come gli altri ma per le labbra che li differenzia dagli altri.
Alcuni hanno sul groppone dei neri corvacci che dovrebbero ripulirli dai parassiti ma che in questo momento gracchiano a più non posso con i loro becchi rossi.
Dobbiamo raggiungere l’Heritage Safari Lodge per la notte; la strada migliore è quella che attraversa il Murchison Falls National Park ma questo comporta il pagamento di 50 dollari a testa più il veicolo. Optiamo per l’aggiramento ma ci troviamo su di una strada piena di buche e tratti in rifacimento. Il complesso si trova su un’ansa del Nilo Bianco, non lontano dal Lake Albert di cui è l’emissario; arriviamo poco dopo il tramonto e la prima cosa che ci dice il gestore del complesso è di non avvicinarci alla riva perché è ora di cena per i coccodrilli.