Buenos Aires
27 febbraio 2010, sabato
Facendo colazione in albergo veniamo a conoscenza dalla televisione che questa notte c’è stato un violento terremoto in Cile; le prime immagini disponibili riguardano l’aeroporto di Santiago e vengono riproposte di continuo. La prima stima delle vittime è di alcune decine ma vista l’intensità simile a quella che alcuni mesi fa a sconquassato Haiti, siamo consci che il numero aumenterà rapidamente nel corso della giornata.
Percorriamo l’Avenida De Mayo in direzione opposta al Congreso Nacional e dopo aver attraversato… a tappe la larghissima Avenida 9 de Julio raggiungiamo la Casa Rosada. Nella piazza antistante c’è una tendopoli in cui bivaccano un certo numero di reduci della guerra delle Malvinas che manifestano con numerosi striscioni.
Accanto c’è la sede del Banco Central con l’enorme portone chiuso; ci viene da chiederci se è chiuso perché è sabato o perché… hanno finito i soldi. Alle spalle della Casa Rosada ammiriamo il bellissimo ma non grande giardino ben curato e con tantissimi pappagallini che svolazzano tra i rami degli alberi facendo sentire la loro voce, voce disturbata dal rombo dei motori dei numerosissimi camion che percorrono la strada adiacente. E’ difficile vedere in altre città-capitali un traffico commerciale così intenso e così vicino al centro.
Percorrendo l’Avenida Paseo Colon, anche questa larga e priva di traffico visto che è sabato, passata la facoltà di ingegneria ci troviamo nel quartiere San Telmo. Stradine strette con vecchia pavimentazione, casette piccole e ben curate, una bella chiesa e un movimentato mercatino turistico rendono piacevole
gironzolare senza meta. Per 5$ bevuto una ottima e abbondante spremuta d’arance da un ambulante che lotta disperatamente con un calabrone che per forza vuole assaggiare la sua mercanzia.
In taxi raggiungiamo il quartiere La Boca, in particolare la zona del Caminito; in questa zona abitavano un tempo persone che lavoravano alla manutenzione di chiatte e piccole imbarcazioni che trasportavano merci sul vicino Rio Riachuelo che proprio in prossimità del quartiere confluisce nel Rio de la Plata. Queste persone presero a verniciare le proprie abitazioni con gli avanzi delle vernici utilizzate al lavoro senza badare molto al colore delle stesse dando così un tocco involontario di vivacità cromatica alle strade.
Oggi questa vivacità è stata esasperata per fini turistici e le strade sono diventate sede di ristoranti e negozi di souvenir; ogni locale ha la sua coppia di tangheri che si esibiscono in continuazione accompagnati da musiche dal vivo eseguite principalmente da fisarmonica e contrabbasso. Visto la bella giornata pranzato all’aperto in uno di questi ristoranti, La Barrica; questo ci ha dato il diritto di fare foto in posa con i tangheri.
A rovinare questa bella atmosfera con i ritmi del tango che si accavallano dolcemente da locale a locale ci pensano due gruppi di guastatori che in tempi diversi hanno invaso la strada percorrendola al suono dei tamburi. Il primo gruppo è composto da brasiliani che logicamente hanno percorso la strada suonando e ballando al ritmo di samba; il secondo gruppo, composto da ragazzi del quartiere che indossano
la maglia giallo-blu del Boca, ha attraversato la strada suonando e ballando a ritmo da… stadio. I manichini di cartapesta di Maradona si sprecano; anche il vecchio Monzon che demolì i sogni di gloria del nostro Nino Benvenuti è presente con un suo busto di cartapesta.
Lasciamo il quartiere Boca fondato da immigrati genovesi che hanno lasciato chiari segni nell’architettura e nel dialetto della zona e in taxi raggiungiamo il quartiere Palermo dove nella centrale Piazza Italia campeggia l’immancabile statua di… Garibaldi circondata da catene sorrette da tanti fasci di infausta memoria.
Un po’ di riposo tra i ben curati giardini del quartiere; è un polmone verde della città. Oggi è sabato e sono davvero tanti quelli che approfittano di questo spazio verde per correre, pattinare, pedalare, andare in pedalò sull’acqua del laghetto o leggere un libro all’ombra di strani alberi sempre comunque sotto l’occhio vigile dei guardianos che col fischietto segnalano le infrazioni al regolamento come calpestare le aiuole o appoggiarsi a un albero.
In metropolitana torniamo in centro; via Florida è la lunga via chiusa al traffico che da Avenida de Mayo raggiunge Plaza San Martin e che rappresenta la via commerciale di maggior pregio della città. Ho visto qui la maggior esposizione di modelli di infradito della mia vita.
Ceniamo al Museo Jamon che a dispetto del nome è un ristorante; antipasto di prosciutto e, per l’ultima volta, il lomo con patate che è stato il leit motiv delle nostre cene in questa vacanza assieme al cordero.
Per 90$ a macchina raggiungiamo l’aeroporto Ezeiza dove il nostro volo, AR 1140 delle 22.45, è
preannunciato con un’ora e quaranta di ritardo. Passiamo queste ore di attesa leggendo, chiacchierando e soprattutto spendendo gli ultimi pesos rimasti in cibarie e souvenir nei punti di ristoro e nei duty free; in uno di questi ad Azelio hanno trovato un centone falso cosa che era già successa a Veliano in mattinata in città. Considerando tutto l’arco del viaggio due pezzi da cento pesos falsi sono più che accettabili visto che il fenomeno è molto esteso; la cosa che scoccia di più è che la banconota da 100$ è la più grande per cui puoi venirne in possesso solo in banca al momento del cambio e non come resto in un esercizio commerciale.
Quando siamo arrivati in Argentina con il volo corrispondente l’aereo era pieno per metà di argentini o comunque di sudamericani che tornavano dalle vacanze estive; ora che queste sono quasi finite, la settimana prossima molte scuole riaprono i battenti, in sala d’attesa siamo quasi esclusivamente italiani, non tanti da riempire l’aereo. Infatti una volta imbarcati notiamo che numerose poltrone sono vuote. Come tutti i voli di rientro il morale non è alto e la già cattiva cena che ci viene servita sembra pessima.
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Ushuaia
Ushuaia, 25 febbraio 2010, giovedì
Oggi cercheremo di raggiungere il Lago Esmeralda; con un minibus usciamo da Ushuaia percorrendo la Ruta 3 in direzione del passo Garibaldi. All’uscita della città c’è il posto di polizia dove ci fermano e controllano i documenti del veicolo e del conducente; accanto a noi stanno apponendo i sigilli a una auto sequestrata.
Il percorso parte dalla Valle de Lobos dove si allevano i cani di razza Siberian Husky e Alaskan Malamute utilizzati in inverno per portare in giro i turisti nei parchi con le slitte. Si paga 8$ e occorre registrarsi prima di partire e avvisare quando si ritorna. Appuntamento alle 15.00 con l’autista del taxi che ci riporterà in città.
Il tracciato inizia dal recinto dei cani; un pezzettino di bosco e subito dopo si passa sopra un ponticello di legno per attraversare un piccolo torrente. Dopo pochi metri si apre una spianata di torba dal colore rossiccio dato dal muschio che è predominante rispetto agli altri piccoli arbusti. E’ fangosa e piena di piccole pozzanghere con i relativi rivoli che li collegano tra loro.
Ha piovuto molto in questi ultimi giorni per cui la torbaia è pregna d’acqua e questo rende difficoltoso il cammino ma arricchisce di spunti fotografici l’insieme. Entriamo in una nuova boscaglia di lenga; il percorso non sarebbe impegnativo ma è scivoloso. Usciti dal bosco ci troviamo in una enorme torbaia racchiusa tra i monti a destra e il Rio Esmeralda a sinistra che porta via l’acqua del lago che è davanti a noi nascosto da una diga naturale; dietro il lago c’è il Glaciar Albino.
Molte pozzanghere hanno un colore rossiccio, altre appaiono nere; il percorso è segnato da pali piantati per terra con pezzetti di stoffa gialli o blu inchiodati in cima. Sono ben visibili ma difficili da
raggiungere perché occorre inventarsi un passaggio tra pozzanghere e rivoli d’acqua affondando i piedi nella torba.
Risalendo una ripida sponda troviamo il piccolo lago dall’acqua verde smeraldo in cui si specchia il monte imbiancato dal ghiacciaio il cui fronte è dietro una piccola boscaglia che lo separa dalla riva.
La percorrenza segnalata del percorso che abbiamo fatto è di una ora e mezza; noi abbiamo impiegato un’ora in più compreso le soste fotografiche. Considerando che nei trek precedenti avevamo impiegato sempre meno del tempo previsto è evidente che l’acqua di questi giorni ci ha rallentato molto.
Al ritorno tentiamo di passare a mezza costa sul monte che delimita la torbaia ingentilita da tante margheritine fiorite ma non troviamo un sentiero comodo così puntiamo alla riva del fiume e di qui seguiamo il percorso segnato.
Alla fine della torbaia Stefania scivola su di tronco che dovrebbe facilitare il guado di un rivolo è finisce in acqua tra l’ilarità degli altri; torniamo dai cani non prima di assistere al bis di Stefania. Abbiamo scarpe e pantaloni infangati in modo esagerato, siamo stanchi ma nel complesso è stata una bella passeggiata. Torniamo in albergo col minibus che è tornato a prenderci; 160$ in quattro andata e ritorno.
Pomeriggio al Museo Maritimo de Ushuaia; lo raggiungiamo col taxi al costo di 14$. Finora abbiamo avuto qualche problema a capire Teodoro quando parla; ora il tassista parla allo stesso modo per cui o sono parenti o, molto probabilmente, a Ushuaia hanno un dialetto o una cadenza particolari.
E’ un ex carcere costruito dai carcerati stessi che a cavallo tra l’800 e il ‘900 furono inviati qui per aiutare, con i lavori forzati, la colonizzazione di queste terre. Nelle vecchie celle è stato creato il museo con piccoli spaccati di vita carceraria con manichini, vecchi utensili, mobilia, foto e documenti d’epoca.
Una sezione è dedicata ai nativi ormai estinti; una delle ragioni che ha portato all’estinzione questa popolazione sono stati incredibilmente i vestiti. Vivevano nudi e si erano adattati in questo modo con la pioggia che li lavava da sporco e parassiti e il vento che li asciugava. Quando i primi missionari li costrinsero a vestirsi con abiti europei non gli insegnarono a lavarsi e lavare gli abiti quindi divennero facili prede di insetti e parassiti ma la cosa peggiore non gli fecero cambiare stile di vita così che continuarono a bagnarsi sotto la pioggia, vestiti e con questi bagnati il vento non li asciugò ma li fece ammalare uno dopo l’altro di bronchiti e polmoniti fino alla morte.
Una sezione è dedicata alle navi e ai navigatori che hanno attraccato nel tempo a Ushuaia, o che sono affondate in queste acque e alle spedizioni polari che fecero di questa città la base di partenza.
Un’ala del vecchio carcere è stata lasciata nelle vecchie condizioni e qui più che altrove si capisce perché la carcerazione è sinonimo di… andare al fresco. Nella hall dove si dipartono a raggiera i cinque bracci c’è un piccolo punto di ristoro con un piccolo acquario con dentro una centolla viva; l’acqua è refrigerata al punto che i vetri sono appannati per la condensa anche se la temperatura di questo ampio salone è tale da farci rimpiangere l’idea d’aver lasciato i giacconi negli stipi all’ingresso.
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