Bangkok
24 dicembre 2023, domenica
Sveglia prestissimo perché abbiamo finalmente l’ultimo volo che ci porterà in Cambogia; abbiamo disdetto il transfer che ieri ci ha portati in albergo perché qui si sono offerti di accompagnarci in aeroporto. Abbiamo fatto colazione in un box… svizzero in aeroporto; ottimo. Col pullman attraversiamo tutto l’aeroporto per arrivare all’aereo; siamo in pochi e non riusciamo a riempire nemmeno la metà dei posti dell’ETR 72-600 della Bangkok Airways. Il volo è il PG903 delle 7.40; partiamo in orario. Sulle piste di rullaggio il pilota viaggia più velocemente dell’autista del pullman. Ci sono dieci grossi aerei della Thai Airways parcheggiati lungo una pista secondaria delimitata da New Jersey colorati. Sembrano in buone condizioni; o sono in esubero o li hanno fermati per controlli. Rispetto agli altri aerei davanti a noi, approcciamo a metà pista di decollo; oltre che a terra, quest’aereo è molto maneggevole anche in aria, infatti, il pilota fa subito due virate estreme per allinearsi all’aerovia stabilita. Intorno alla capitale è un misto tra piccole risaie allagate e nuovi quartieri residenziali; un’intrigante scacchiera. A bordo le due hostess vestono con una semplice camicetta bianca su gonna… celestiale; una delle due ha inusualmente i capelli sciolti. La colazione la portano in un borsone tipo Glovo. Il Siem Reap-Angkor International Airport è piccolo ma simpatico; è di recente costruzione, non è molto trafficato e le operazioni in arrivo si svolgono agevolmente, senza stress. Usciti dall’aeroporto, ci dirigiamo verso nord senza passare dalla città; le case sono di legno su palafitte come quelle viste nel Laos. Ci sono molti galletti liberi per le aie e non solo; il terreno è acquitrinoso e in alcuni stagni, poco più che pozzanghere, ci sono piccoli recinti per le anatre. Sotto le case, tra le palafitte, o sotto qualche albero ci sono dei piccoli salottini di legno massiccio, alcune volte di cemento, tutti impolverati. Anche qui, come nel Laos, ci sono quegli strani trattorini a due ruote e lungo manubrio che trainano un carro; sono difficilmente manovrabili e sinceramente non capisco perché in quest’area geografica hanno avuto questo grande successo. Incrociamo diversi camion che trasportano legna; sono mezzi privi di cabina e cofano motore. Credo siano impiegati soprattutto per viaggi di prossimità. Davanti a ogni casa o negozio che si rispetti c’è un piccolo altarino di legno, di solito color oro; di base ci sono pochi modelli che vengono via via personalizzati. All’inizio del X secolo ci fu una disputa familiare per la successione al trono di Angkor e la capitale fu trasferita per un ventennio a Koh Ker; in quest’area, ora Patrimonio dell’UNESCO, furono costruiti numerosi templi in onore delle divinità induiste. Il Prasat Pram ha le torri in mattoni; un paio di queste sono avvinghiate dalle radici. Una, in particolare, è l’immagine iconica di tutto il complesso con le radici che la avvolgono completamente e il tronco dell’albero che è diventato la naturale prosecuzione architettonica della cupola. A differenza delle torri, il muro di cinta è fatto in blocchi di laterite. Il Prasat Neang Khmau è una sola torre ben conservata costruita in pietra; la tipicità di questi templi è che hanno una porta per ogni lato ma solo una e vera mentre le altre tre sono finte e hanno solo una funzione di equilibrio architettonico; la porta vera si apre a Ovest. Sopra l’edificio ci sono cinque livelli molto decorati che decrescono a formare la cupola della torre. Anche qui un bel muro di cinta in laterite; la guardiana, seduta sulla sua amaca, non ci ha degnato di uno sguardo nemmeno un per momento. Il Prasat Khtum è quello che rimane di un tempio in laterite e si trova a pochi metri dal più interessante Prasat Damrei che è puntellato per non farlo crollare. Anche questo è in pietra ma quello che è interessante sono gli elefanti, i leoni e le rane in pietra scolpita, alcuni dei quali sono ancora… in buona forma. Il Prasat Prang è uno dei templi iconici dell'antico impero Khmer; è un gigantesco tempio piramide a sette livelli attribuito al regno del re Jayavarman IV. Per arrivare alla piramide si passa attraverso un altro tempio, il Prasat Thom che è poco più di un rudere, anche se è il tempio principale del complesso. Seguendo la comune simbologia, le torri che rappresentano il sacro Monte Meru sono circondate dal muro di cinta e da fossati contenenti acqua; rispettivamente simboleggiano i continenti e gli oceani che li bagnano. Nonostante tutto offre notevoli spunti fotografici grazie anche ai laghetti che lo avvolgono. È possibile salire in cima alla piramide sfruttando una scala posticcia di legno; in cima c’è una bella vista sulla foresta circostante. Una signora prega in modo… scenografico prima di andare in estasi e crollare sorretta dai vicini; quando si riprende, in un impeto di vitalità improvvisa, spruzza tutti con un profumo recitando frasi incomprensibili con gli occhi spiritati. Proprio in questo momento passo davanti a lei e vengo benedetto anch’io; un ragazzo della comitiva della donna di bianco vestita, sorridendo, mi dice che mi ha augurato buona fortuna. Speriamo. Preah Vihear è un complesso templare in cima a Poy Tadi, una ripida rupe nella catena montuosa di Dàngrik, che è il confine naturale tra Cambogia e Thailandia; lungo la strada che porta al tempio ci sono tantissimi bunker presenziati da militari armati perché questa zona è contesa, anche militarmente, dai due paesi. I primi del novecento fu firmato un accordo che delineava i confini tra le due nazioni e secondo questo trattato il sito è nel territorio tailandese, che tra l’altro ne è il punto d’accesso naturale. Quando i francesi disegnarono la mappa dei confini il tempio fini stranamente nel territorio cambogiano. Nel 1962 la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia ha stabilito che il sito è nel territorio cambogiano, ma nonostante tutto tra i due paesi c’è tensione che sfocia spesso in scontri armati che provocano morti e anche danni al complesso templare. Nel 2008 Preah Vihear è entrato nell'elencato del patrimonio mondiale dell'UNESCO. Di recente è stata costruita una strada per raggiungere il sito dal lato cambogiano che prima mancava e questa s’inerpica per il ripido costone tanto che, per percorrerla, occorre utilizzare dei potenti pick-up a trazione integrale al limite delle loro prestazioni. Abbandonati i pick-up, prendiamo una strada monumentale lastricata che in salita porta al tempio che è in cima; lungo la via ci sono cinque gopuram in successione che sono delle torri d'ingresso monumentali. Queste torri sono bellissime, ricche di ornamenti; per accedervi occorre salire per ognuna degli scalini e sono volutamente poste in modo tale che dalla strada in salita non si veda null’altro che il gopuram successivo e quello precedente fino a che non si passa l’ultima torre e appare il tempio. In questo caso il tempio non ha la tipica torre che simboleggia il sacro Monte Meru, sede degli dei, perché il luogo sacro è costruito in cima alla rupe, nel punto più alto della montagna. Sia sul tempio che sui gopuram ci sono dei bellissimi bassorilievi; l’insieme è in discreto stato di conservazione anche se molti muri e tetti sono crollati e alcune parti sono puntellate in attesa di restauro. Siamo solo noi in questo sito e ci possiamo godere in tranquillità il rosso tramonto e la luna quasi piena che sorge.