Creel

2 aprile 1998, giovedì

Colazione in albergo da Margherita. Pensavamo di fare un giro in bici questa mattina assieme agli svizzeri, però c'è un vento freddo ed insistente che ce lo sconsiglia; proveremo ad arrivare alla valle delle scimmie passando da San Ignazio. Dopo un po' di spese, telefonate e fax partiamo assieme ad un bastardino bianco-sporco e nero che ci ha adottati durante i giri in Creel e che ora ci segue come un... cagnolino.
Il sentiero che dovremmo seguire inizia alle spalle del cimitero a sud della città. L'unica cosa in comune con i nostri cimiteri sono i morti sepolti e le croci; le tombe sono messe alla rinfusa, senza un ordine. Le sepolture vengono fatte dove c'è spazio indipendentemente dalla disposizione delle altre. Poche tombe hanno una copertura in marmo o cemento le altre evidenziano il perimetro con pietre; quasi tutte hanno una croce, di legno o ferro, su cui è riportato il nome del defunto con data di nascita e morte. I fiori sono pochi e quei pochi sono di plastica, alcune ghirlande dai colori vivaci sulle sepolture più recenti; anche gli epitaffi sono rari. Alcuni gruppi di tombe sono recintati come se si trattasse di cappelle familiari.
Questo cimitero parte da una radura sabbiosa e si espande fino a mezza costa sulla collina nella pineta. Dietro la collina inizia il percorso che ci porterà inizialmente a San Ignacio; si paga 10$ a testa all'ingresso di quello che è chiamato Complejo Ecoturistico de Arareko. Attraversiamo una piccola valle tra colline ricoperte di pini, querce e... rocce che gli agenti atmosferici nei secoli hanno modellato nei modi più strani. Il sentiero, abbastanza largo da permettere il passaggio di autovetture, costeggia un ruscelletto quasi asciutto; di tanto in tanto si incontrano cavalli, asini, bovini ed ovini a gruppi mai numerosi che pascolano cercando di mangiare quel poco di erba rinsecchita che rimane.
La presenza umana è limitata a poche famiglie raràmuri che abitano capanne di legno al limite tra i campi coltivati o pascoli e la pineta. Dopo due ore di cammino si arriva a San Ignacio de Arareco; è una bella chiesetta in pietra con piccolo campanile. Nel sottotetto le rondini hanno fatto il loro nido, sul sagrato una grande croce bianca; impossibile vedere l'interno perché è chiusa. Curioso il vicino cimitero dove tra tante piccole ed anonime croci ne troneggia una di legno alta più di due metri che fa sembrare ancora più piccole ed anonime le altre: chi c'è sotto... e cosa avrà mai fatto da vivo per meritarsi cotanta croce da morto???
Vicino alla chiesa c'è una missione con varie costruzioni adibite a scuola, dormitorio, refettorio ecc. Poiché da questa mattina il vento gelido non ci ha dato tregua, il sentiero è praticamente allo scoperto al centro della valle, chiediamo di consumare il nostro pranzo al sacco al coperto nel refettorio: permesso accordato. Il refettorio da vuoto che era si è animato poi di bambini che giocano a pallone o che corrono in bici tra i tavoli più altre persone della missione venuti qui anch'essi a consumare fugaci pasti.
Pio è convinto d'avere tra le cibarie una scatoletta di cipollini sott'aceto che si trasformano nel palato in peperoncini piccanti sott'olio; tralascio la reazione di Pio e l'elenco dei colori che via via assume il suo volto per registrare la gioia con cui i locali presenti hanno finito la scatoletta gustando i peperoncini come delle dolci leccornie.
Riprendiamo il cammino verso la valle de los monjes. Non si vedono piccoli animali ma ci devono essere visto il gran numero di rapaci che svolazzano sulle nostre teste. Intanto il nostro accompagnatore a quattro zampe ci segue imperterrito; nelle soste si accuccia all'ombra e si rialza quando l'ultimo di noi si è rimesso in cammino ed ogni tanto si rotola nel terreno per alleviarsi il fastidio delle tante pulci che devono albergare nel suo mantello.
Non riusciamo a stabilire a che distanza siamo dalla valle; tutti quelli che abbiamo interpellato, sia indios che turisti, ci hanno dato informazioni contrastanti. Un po' l'incertezza, un po' la stanchezza aggiunti al vento che non accenna a placarsi fanno si che il pessimismo sul raggiungimento della nostra meta cominci a prevalere sull'ottimismo ma come nei migliori films, al suono di tromba, arrivano i nostri a salvare gli eroi qui, al suono di clacson, arriva un pulmino a salvarci da una ingloriosa ritirata. Fa la spola tra Creel ed una missione vicino alla valle delle scimmie passando per San Ignacio all'andata e per il lago Arareco al ritorno; le partenze sono ogni due ore da Creel ed ogni due ore dalla missione, 5$ a persona.
Nonostante i finestrini chiusi è tutto ricoperto da uno spesso strato di polvere; gli altri passeggeri sono tutti raràmuri che abitano in zona e tornano da Creel. Sono le tre del pomeriggio, il prossimo bus riparte alle cinque per cui abbiamo due ore per visitare con calma la valle. Tanto per cambiare si paga, 5$ a testa; siamo solo noi quattro. Dalla superficie delle colline che circondano la valle si ergono tantissime rocce più o meno cilindriche dalle forme e dimensioni differenti che sovrastano imperiosamente la rada vegetazione costituita soprattutto da pini ed abeti. Visti da lontano danno l'impressione di tanti massi piovuti dall'alto, magari esplosi da qualche vicino vulcano, e conficcatisi nel terreno; man mano che ci si avvicina si nota chiaramente che la base di queste rocce è tutt'uno con la roccia della collina sottostante per cui diviene chiaro che lo spettacolo cui stiamo assistendo è stato opera dell'erosione dell'acqua e del vento che nei secoli di sono divertiti a modellare queste colline in modo a dir poco strano. Queste rocce sono alte dai due ai venti metri con base piccolissima rispetto all'altezza; hanno forme stranissime che ti spingono a trovare delle rassomiglianze con persone, cose ed animali per ognuna di esse. L'insieme è bellissimo.
Torniamo alla missione ad aspettare il bus. Non si vedono molti adulti ma di bambini ce ne sono tanti; si sono divisi in due gruppi: da una parte i ragazzini che vanno in giro intorno alle baracche suonando tamburi, col viso segnato di bianco ed armati d'arco e frecce e dall'altra le ragazzine, molto sospettose nei nostri confronti, che passeggiano e chiacchierano tranquillamente tra loro per poi scappare di corsa quando i guerrieri si avvicinano e le rincorrono (???).
All'ora di partenza tutti i bambini ordinatamente in fila per uno salgono sul bus. Il ritorno è tutto in pineta fino al lago Arareco dove ci immettiamo sulla strada che porta a Creel. E' incredibile come i ragazzini, alcuni piccolissimi, riescano a riconoscere il luogo dove scendere tra la fitta pineta senza punti di riferimento che non siano alberi.
La notte la temperatura continua a scendere sotto lo zero e la sensazione di freddo è accentuata dal vento; poiché le stanze dell'albergo danno tutte su di un cortile interno questo vento penetra tranquillamente nelle nostre stanze passando tra gli ampi spiragli esistenti tra porta d'ingresso e relativa cornice. Così la sera siamo costretti a sigillare le nostre stanze col nastro adesivo per evitare i gelidi spifferi.

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