Creel

1 aprile 1998, mercoledì

Questa mattina andiamo a fare un tour con Manuel, un vecchietto dal fisico possente col quale abbiamo concordato il giro per 600$. Facendo colazione assieme a noi, un gruppo di quattro svizzeri ed un inglese decidono di seguirci; a Manuel non dispiace ma vuole 100$ in più rispetto alla cifra iniziale. Il ragazzo dell'albergo che ci vede parlare con il vecchio cowboy ci ricorda che a chi effettua tours non organizzati da Margarita non spetta la cena la sera.
In questa zona le rocce dopo millenni di erosione hanno assunto forme strane e con un po' di immaginazione e fantasia si possono trovare delle somiglianze con persone, animali ecc.; quando queste somiglianze sono tanto evidenti da non richiedere sforzi di fantasia alle rocce viene dato un nome e diventano meta di turisti. E' il caso delle due vicine rocce dell'elefante e della tartaruga che si trovano sulla strada che da Creel porta al lago Arareco, a poche centinaia di metri da questo.
Il lago non è grande, è a forma di ferro di cavallo e, immerso com'è nella pineta, ti trasmette un senso di pace e tranquillità. A pochi chilometri dal lago c'è la missione di Cusàrare intorno alla quale vivono molti tarahumara. C'è una chiesetta, locali adibiti a mensa e sala riunioni, una scuola, un campo di basket e tanti animali che pascolano liberi tra le stradine. Simpatici i ragazzini che entrano ed escono liberamente dal recinto della scuola. Il rapporto tra tempo d'istruzione e tempo di ricreazione è l'inverso che da noi. A valle c'è un ruscello dove alcune donne fanno il bucato, spiccano le tante coperte stese ad asciugare sui vicini recinti. Attraversato il ruscello troviamo una famiglia tarahumara nella sua abitazione di due vani ricavati in due... grotte vicine: una funge da camera da letto e soggiorno ed ha l'ingresso chiuso alla meglio con pietre e tavole di legno, l'altra fa da cucina con le pareti annerite dal fumo prodotto dal fuoco necessario a riscaldare la pietra su cui vengono cotte le tortillas. In questo momento la padrona di casa è intenta a preparare proprio le tortillas con i quattro figlioletti seduti assieme a lei intorno al fuoco.
Allontanandoci sempre più da Creel la strada degrada lentamente scendendo lungo canyons che di volta in volta cambiano nome a seconda del soggetto somigliante alle rocce che le sovrastano. Il canyon Roca Monche prende il nome da una roccia somigliante ad un gesuita vissuto da queste parti. Ad un certo punto questo canyon di allarga ed al centro si erge un'enorme collina che l'erosione negli anni ha scolpito dandogli l'inconsueta forma cilindrica. Ai piedi di questa collina c'è la missione di Basihuara, sempre popolata dai tarahumara, che ricalca per somme linee la precedente. Anche qui le case sono costruite partendo da grotte naturali sui costoni della montagna e finite con muretti di pietra a secco, legni e frasche.
I ragazzi giocano con le palline di vetro o facendo rotolare vecchi copertoni per gli impolverati viottoli. Molte donne stanno facendo il bucato nel ruscello lavando soprattutto coperte (?!?). Siamo rimasti in questa missione circa un'ora; per tutto questo tempo una giovane mamma è rimasta immobile seduta sotto il sole sopra un masso con in braccio il figlio di un paio d'anni (!?!).
Allontanandoci ancora da Creel arriviamo al Rio Urique che è il principale costruttore di questo bellissimo canyon. In questo periodo non c'è molta acqua ma questa poca scorre giù turbolenta, incuneandosi tra le rocce che lei stessa ha reso lisce ed arrotondate, dando una piccola dimostrazione di quel che può fare nel periodo delle piogge.
Sulla via del ritorno ci fermiamo alla cascata di Cusàrare; il pulmino Ford, che a detta di Manuel ha percorso finora due milioni di chilometri cambiando solo due volte il motore otto cilindri (???), ci lascia a poche centinaia di metri dalla strada principale, di qui si proseguirà a piedi. Percorriamo uno stradello segnato da pietre imbiancate che costeggia un piccolo rio che scorre nella valle tra gli abeti e le pareti verticali del canyon che ci sovrasta. E' uno splendido scenario, sembra di essere in una valle dolomitica d'estate; a dissolvere eventuali dubbi ci sono donne e bambine tarahumara che lungo il viottolo producono e vendono piccoli oggettini tipici tra cui fasce frontali e braccialetti tessuti con filo colorato su piccoli telai a mano e piccoli cestini, brocche, cappellini ecc. fatti intrecciando fili di un'erba che cresce da queste parti.
Si fa molta strada a piedi e quando notiamo che l'acqua del fiumiciattolo scorre nella nostra stessa direzione capiamo che incontreremo la cascata nel punto più alto. Anche se in questo periodo non è adeguatamente alimentata conserva un suo fascino con l'acqua che assume nel salto una colorazione giallo - verde dalla tinta della roccia che a tratti è ricoperta dal muschio; il dislivello è di un centinaio di metri.
Oggi abbiamo avuto un primo contatto con gli indios tarahumara; come sempre succede gli uomini sono i primi ad abbandonare gli abiti tradizionali che in questo caso sono rappresentati da una fascia di tessuto avvolto attorno al corpo e perizoma biancastro indossati ormai solo da qualche anziano. Le donne invece vestono ancora con gonnellone e camicetta non attillati e scialle multiuso dai colori vivaci come il foulard in cui raccoglie i capelli; rosso ed azzurro sono i colori più usati.
Mentre tutti li chiamano tarahumara loro preferiscono chiamarsi raràmuri, cioè corridori; infatti i loro avi erano degli abili cacciatori di cervi che inseguivano per giorni interi sui sentieri di montagna prima di ammazzarli ormai esausti. Ancora oggi effettuano una corsa rituale tra villaggi in cui i concorrenti percorrono un centinaio di chilometri su e giù dalle pareti del canyon calciando una pallina di legno.

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