Sa Pa

24 maggio 2004, lunedì

Dopo colazione si parte con due vecchie jeep russe per un trek nell'area di Sa Pa. Le jeep sono ormai ridotte all'osso, non c'è più nulla di superfluo.
Appena fuori città c'è una sbarra dove si paga 5000d a persona per oltrepassarla. La strada è in fango battuto; stanno lavorando per migliorarla ma, vista la mole di lavoro da fare, penso che ci vorranno molti anni. Erodono la roccia bianca della montagna a monte e con il materiale ricavato rinforzano la scarpata a valle. Hanno solo un cingolo con pala, un rullo e alcuni martelli pneumatici; poi tutto il lavoro è fatto a mano. Tanti operai armati di mazzuole riducono i massi, che gli altri fanno cadere dalla montagna, in pietrisco per il fondo stradale.
Gli strapiombi sono mozzafiato e quando la jeep slitta con tutte e quattro le ruote motrici nel fango non resta che chiudere gli occhi e...
Effettuiamo due soste forzate per i lavori in corso che ci permettono di ammirare e fotografare uno spettacolare panorama. La valle sottostante è solcata da un fiume e da questo fino in cima, ovunque è stato possibile, ci sono infiniti terrazzamenti dalle forme bizzarre. Anche qui, a seconda del grado di lavorazione del riso si passa dal verde acceso al color specchio.
Dopo una ventina di minuti abbandoniamo le jeep per iniziare un trek tra le risaie. Anche qui, come ieri, sono tanti al lavoro dall'aratura al trapianto delle piantine. I bambini più grandi accudiscono i più piccoli senza allontanarsi troppo dai loro genitori che lavorano nelle terrazze. Capita spesso che i più piccoli si spaventino per la nostra presenza e che comincino a piangere cercando con gli occhi la propria madre che quando è proprio necessario esce dalla risaia e va a tranquillizzarli.
Incontriamo un primo villaggio, Lao Chai; poche baracche di legno, buie all'interno, con grosse ceste in soffitta dove stivano il riso. Il pavimento è in terra; quella che di giorno funge da soggiorno di notte si trasforma in camera da letto. Una stanza laterale funge da cucina con un bel focolare centrale. Il tutto è color fumé. Ci offrono una fumatina dalla loro pipa di bambù; sono di etnia Hmong.
Continuiamo la nostra marcia; all'interno dello stesso scenario, passo dopo passo i nostri occhi vedono immagini diverse.
Attraversiamo il fiume più volte su ponti tenuti su da funi d'acciaio; non sono vecchi, traballano molto e al centro manca del tutto la balaustra. In una casa troviamo un sistema semplice e ingegnoso per battere il riso. Un tronco di legno massiccio è imperniato al centro; da un lato, quello esterno alla casa, è scavato a formare un incavo. Da una canaletta arriva l'acqua che finisce nell'incavo, appesantisce questa metà del tronco che vincendo il peso dell'altra metà, va giù. Andando giù cambia inclinazione, l'incavo si svuota, il mezzo tronco diventa così più leggero della controparte che così cade di colpo con la martora solidale a questa metà del tronco che finisce nel secchio del riso. La cosa si ripete all'infinito fino a che una chiusa non interrompe il flusso dell'acqua.
Siamo ora nel villaggio di Ta Van abitato dall'etnia Zai. Qui le donne indossano pantaloni larghi neri e camicetta verde o azzurra con chiusura a barbiere; il tessuto è molto leggero. Nelle risaie usano il classico cappello conico.
Abbiamo un po' di provviste e le mangiamo in una casa del villaggio. Da quando abbiamo abbandonato la jeep non siamo mai stati lasciati soli dalle venditrici di tessuti e braccialetti; donne dalla tenerissima alla veneranda età. Hanno fatto una specie di staffetta; più diminuisce l'età più si accorcia il raggio di azione. È stata una presenza discreta fino agli ultimi cinquecento metri prima della sosta pranzo quando il loro numero è aumentato fino a superare abbondantemente il nostro numero. Ce ne tocca più di una a testa; quando ci siamo fermati a mangiare si è creato un caos indescrivibile che ci ha costretti ad alzare la voce per farli allontanare. Si sono spostati di un paio di metri e in silenzio hanno aspettato che finissimo di mangiare per tornare alla carica. Abbiamo mangiato col fiato sul collo e man mano che finivano i viveri sul tavolo loro si avvicinavano sempre più.
Riattraversiamo un ponte sul fiume e dall'altra parte ci sono ad attenderci le jeep che nel frattempo sono scese quaggiù. Tra buche e pattinate torniamo in albergo alquanto shakerati.
Andiamo a prendere un caffè in un locale semideserto vicino al nostro albergo; c'è il televisore acceso e dai titoli di testa appare la scritta Rai Fiction. È l'ultima serie televisiva con protagonista Luca Barbareschi. I dialoghi sono in italiano; l'originalità sta nel fatto che i sottotitoli non sono scritti ma letti da una voce femminile che doppia tutti i personaggi. Ne viene fuori un mix italo-vietnamita da manicomio.
Nel pomeriggio altro trek sul versante opposto a quello di stamattina. In jeep, 15 dollari, raggiungiamo un piccolo villaggio hmong i cui abitanti sono tutti a lavorare nelle risaie. Arriviamo a un ponte sospeso dove lasciamo i mezzi; attraversiamo il fiume e risaliamo la montagna che abbiamo di fronte camminando su un viottolo fatto di pietre che, visto la pendenza è quasi tutto a gradini.
Arrivati in cima si para davanti a noi, al di la di una stretta e profonda vallata solcata da un torrente impetuoso, il monte Fan Xi Pan; con i suoi 3143mt è la cima più alta del Vietnam.
Seguendo il viottolo acciottolato scendiamo il ripido costone fino al fiume dove un altro ponte sospeso ci porta sull'altra sponda nel punto in cui una bellissima cascata alimenta il fiume. Un rivolo d'acqua deviato alimenta un altro mortaio idraulico per la battitura del riso.
Il solito viottolo ci porta faticosamente fino al villaggio di Cat Cat. Nell'aia di una casetta un giovane papà ha costruito un giocattolo per il proprio bambino; è un aratro di legno in miniatura con tanto di punta di legno simile a quelli visti usare nelle risaie. In questo momento sta insegnando al bambino come si usa...!
Comprata la macchinetta del caffè vietnamita, in acciaio, 14000d e una canna di bambù per fumare il tabacco.
Nei dintorni di Sa Pa e anche più a valle ci sono numerosi vivai di rose; si riconoscono in lontananza per il colore rosso violaceo delle foglie che contrasta con il verde del riso. I boccioli sono coperti da proporzionati coni di carta che servono a ritardare prima e sincronizzare poi, quando i boccioli vengono liberati, la fioritura delle rose.

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