Hanoi

29 maggio 2004, sabato

Questa mattina, all’alba, facciamo una corsetta intorno al lago Koan Kiem dove si radunano tante persone a fare ginnastica. Dato il clima sono pochissimi quelli che come noi si avventurano in una corsa; al massimo passeggiano velocemente. I più fanno ginnastica da soli, gli altri si cimentano soprattutto in badminton singolo, doppio, triplo…
Caratteristiche le anziane signore che in gruppo eseguono esercizi ginnici lenti e contemporaneamente fanno roteare un ventaglio rosso; nonostante l’età sono molto aggraziate e riescono a fare delle figure bellissime con i ventagli.
Un altro gruppo, quasi tutte donne di mezza età, con una spada di plastica eseguono esercizi finalizzati all’uso di questa arma mentre in una piazza adiacente, vicino all’ufficio postale centrale, un gruppo di giovani donne zampetta aerobicamente al ritmo dettato dalla musica emessa da un mangiacassette.
In pulmino andiamo al mausoleo di Ho Chi Minh. La costruzione è al centro di una immensa piazza e, come succede spesso in questi casi, è stata costruita con materiali e da maestranze provenienti da tutte le regioni del Vietnam.
Un militare impettito con una immacolata divisa bianca e ombrello blu per difendersi dal cocente sole è il biglietto da visita. La fila è lunga, ma non eccessiva; c’è molto rigore in giro. C’è sempre qualcuno che ti dice se fare la fila per due o per uno e poi ancora per due; il percorso è protetto dalla pioggia e dal sole da una copertura blu. La fila degli occidentali parte da un punto diverso e si ricollega a quella dei locali dopo il metal detector; strano che questo aggeggio sia risparmiato ai vietnamiti. Famiglie intere con nonni e bambini e scolaresche di tutte le età rappresentano la stragrande maggioranza dei visitatori.
Fuori dal mausoleo è sufficiente stare ordinatamente in fila per evitare rimproveri; dentro il servizio d’ordine e qualche anziano in fila hanno qualche problema a far cessare il brusio e far togliere il cappello ai più giovani ma quando si arriva al cospetto di zio Ho il silenzio è… tombale!
Lo sbalzo di temperatura è impressionante, la sala è buia e la salma imbalsamata è illuminata da una luce gialla. Si gira intorno alla teca dove quattro militari in divisa bianca fanno le veci dei nostri ceri alle veglie funebri. Si prova sempre una grande emozione quando si è al cospetto di uno che nel bene o nel male è stato un grande della storia.
L’atteggiamento degli anziani è scontato, mi interessa di più vedere il comportamento dei più giovani: emozione e rispetto traspare anche dai loro occhi fissi su zio Ho. Nelle vicinanze del mausoleo c’è la palafitta in cui Ho Chi Minh ha soggiornato diverso tempo; è spartana, piccola… forse troppo spartana e troppo piccola per essere vero!
Oggi è in programma la visita alla famosa pagoda Chua Mot Cot ovvero la pagoda con una sola colonna di cui abbiamo sentito parlare spesso da quando siamo in Vietnam. Quando la troviamo ci accorgiamo di esserci passati davanti più volte e di non averla… vista. Il motivo è semplice; ci aspettavamo il solito grande complesso e invece è un piccolo guscio di noce di tre metri per tre appollaiato su di una colonna che lo tiene sollevato dall’acqua. Una scala in muratura permette ai fedeli di portare incensi e doni all’altare e di pregare ma… pochi per volta!
Il Tempio della Letteratura è da considerare per le dimensioni e per la collocazione un’oasi di pace nel caos della capitale. E’ stata sede universitaria per i figli dei mandarini e su grosse lapidi trasportate da tartarughe di pietra ci sono i nomi e i voti degli studenti che qui sostennero gli esami. Sarò condizionato dal nome del tempio o dalle sale adornate con statue riconducibili a remoti grandi rettori eppure a me sembra di vedere, nei fedeli che accendono ceri e pregano, giovani che cercano di ingraziarsi qualcuno lassù per un esame… quaggiù.
Qualche ora di libertà per fare gli ultimi acquisti, mangiare gli ultimi noodles, fare una doccia e siamo pronti per andare all’aeroporto. Nel pulmino si ride, si scherza, si provano nuove versioni della maiala ormai diventata il nostro inno ufficiale ma, come sempre in questi casi, c’è una vena di tristezza e con gli occhi fuori dal finestrino si cerca di fermare le ultime immagini di questo paese che ci ha ospitati per tre settimane.
Il famoso temporale che con precisione svizzera si è abbattuto sulla capitale e dintorni negli ultimi pomeriggi ci sta facendo da sottofondo mentre siamo al check-in; ci sono problemi di overbooking e per qualcuno di noi non c’è la certezza di potersi imbarcare sul volo da Hong Kong a Roma.
L’overbooking è diventato una piaga per i viaggiatori. Nonostante quelle che possono essere considerate alte cifre di rimborso per le vittime di questa pratica, sommate al vitto e all’alloggio fino al nuovo imbarco, le compagnie aeree continuano a praticarlo, segno evidente che per queste è ancora conveniente.
Per facilitare questa ignobile pratica molte compagnie e tra queste la Cathay Pacific non permettono più la riconferma preventiva del volo di rientro.
La tassa d’imbarco è di 14 dollari o 221200 dong. Il controllo dei passaporti è più veloce rispetto all’arrivo a Saigon anche perché ora siamo solo noi in partenza.
La struttura aeroportuale è recente, un taglio moderno che però da l’impressione di essere sovradimensionato; grandi spazi vuoti, non utilizzati. Il piano superiore è punteggiato da secchi colorati che raccolgono l’acqua che è filtrata dai pannelli della copertura.
Al momento dell’imbarco ci danno la conferma della disponibilità dei posti da Hong Kong a Roma. Il volo è il VN792/CX792; è effettuato dalla Vietnam Airlines per conto della Cathay Pacific. E’ un Airbus A320-200 pieno a metà; la partenza prevista alle 19.10 è ritardata, forse per la pioggia battente. Il volo dura poco meno di un’ora ma il personale trova lo stesso il tempo per portarci il vassoio con le cibarie. C’è da scegliere tra pesce e carne; hanno finito i polli?
All’andata io e Giosuè eravamo risultati accaldati allo screening termografico e quindi sottoposti al controllo della temperatura. Ora per non sbagliare controllano la temperatura a tutti; segno evidente che ancora non è stata abbassata la guardia sul rischio SARS. La temperatura ci viene controllata con un termometro a raggi infrarossi puntato alla fronte; è istantaneo per cui non si perde molto tempo.
La partenza da Hong Kong è prevista alle 23.55; un po’ per il ritardo in arrivo, un po’ per la differenza di un’ora di fuso orario non ci resta molto tempo. L’aereo sarà pienissimo visto che si è formata una lunga fila; sembra di essere tornati al mausoleo di Ho Chi Minh. Come tutti i voli di rientro dall’oriente sarà completamente notturno; arriveremo all’alba rosicchiando le ore di fuso tra Hong Kong e Roma.
Il volo è il CX293 della Cathay Pacific; Boeing 747.400 pieno in ogni ordine di posti. C’è un bambino in fasce che, se il buongiorno si vede dal mattino, renderà il nostro riposo difficile; due donne sono abbondantemente oltre il quintale e hanno seri problemi a sistemarsi sulle poltrone. Poi ti fanno problemi se sfori i 20 chilogrammi di bagagli.
Rispetto all’andata la rotta è diversa: nord dell’India, Pakistan e all’altezza dell’Iran si punta verso la Turchia. Dal nord della Grecia alla Puglia, Napoli e giù a Roma in perfetto orario.

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