Altai City
10 agosto 2007, venerdì
All'aeroporto inizia la cerimonia della pesa dei bagagli. Di elettronico c'è poco; si utilizza la classica bilancia ad ago. A sorpresa pesano anche i bagagli a mano; è una farsa perché svuotiamo le borse degli oggetti più pesanti e li adagiamo sulle sedie della sala d'attesa o li indossiamo mentre le macchine fotografiche e relative borse, che sono tra gli oggetti più pesanti, non vengono pesate. I bagagli a mano ci vengono restituiti con un'etichetta attaccata al manico.
Anche questa mattina il bagno è chiuso; per i bisogni impellenti ci viene indicato il bagno pubblico più vicino; è fuori dal recinto aeroportuale ed è il classico box di legno che copre una buca piena di escrementi. Nell'attesa dell'imbarco entriamo e usciamo dalla sala d'attesa più volte e notiamo come il lastricato in cemento esterno sia stato fatto non tenendo in alcun conto la famosa regola d'arte; è tutto ondulato anche se nessuno vi è passato sopra quando il cemento era fresco. Ieri in città abbiamo visto una squadra di muratori all'opera con tanto di capo mastro che controllava; stavano tirando su un muro esterno di una casa utilizzando mattoni rossi. Avevano tirato il filo da pilastro a pilastro ma non avevano nessuna idea dell'utilità di questa cosa perché si vedeva a occhio che la fila di mattoni era storta come erano storte le file sottostanti.
Il controllo ai raggi X è effettuato da una poliziotta con il radar portatile dopo che siamo saliti sul piedistallo da sciuscià. I bagagli a mano non vengono controllati; forse sono stati controllati prima durante le operazioni di pesa ma noi le avevamo svuotate prima e riempite dopo e comunque le borse con l'attrezzatura fotografica non sono state mai controllate alla faccia della sicurezza. Nella sala d'attesa interna c'è un tavolo da ping pong, segno che avvolte le attese sono lunghe. Fortunatamente non è il caso di oggi; a piedi andiamo verso l'Antonov biblica simile a quello con cui siamo arrivati e ai piedi della scaletta ci ricontrollano il biglietto. Forse hanno paura che qualcuno, scavalcata la recinzione, si imbarchi clandestinamente con noi. All'andata le ruote che vedevo dal mio oblò erano una liscia e nell'altra si intravedeva il battistrada; ora sono entrambe lisce.
Tutti i seggiolini sono rivolti verso la prua tranne i primi due; è qui che vediamo un mongolo con la gamba rotta, provvisoriamente steccata, che con la gamba stesa occupa due posti. Questo, sommato al fatto che i passeggeri locali non tengono conto o non capiscono il significato del posto assegnato al check-in, crea un po’ di confusione nell'angusta cabina e l'unica hostess ha difficoltà a far tornare i conti. Scopriamo che i feriti sono tre; c'è anche una donna seduta nell'ultima fila con il volto devastato dalle escoriazioni e un'altra persona, quasi nel vano bagagliaio, su di una lettiga.
Decolliamo alle 8.50 provocando il solito polverone sulla pista sterrata. L'unica hostess non è giovanissima; è una bella donna, alta, occhi scuri e capelli raccolti in un tuppo. Vestito grigio molto scuro con righini verticali gialli, foulard nero con bordo giallo e bottoni dorati con bordo nero.
Non viaggiamo a una altezza elevata; in basso vediamo chiaramente una linea di demarcazione netta tra il giallo del deserto… deserto e il giallo verde del deserto… erboso. Oggi facciamo scalo a Bayankhongor; atterriamo alle 9.45 su di una pista asfaltata. Siamo liberi di scendere o di restare sull'aereo. Giriamo liberi sulla pista, controlliamo le operazioni di rifornimento; la cabina di pilotaggio è aperta e nessun membro dell'equipaggio è a bordo… Non sembra vero.
Alle 10.10 un omino sulla pista fa cenno al pilota di accendere i motori e alle 10.14 siamo già in volo con i carrelli rientrati; il traffico aereo in questa zona deve essere così scarso che i piloti si gestiscono partenze e atterraggio con una certa autonomia. Il sole ha una angolazione tale che proietta a terra l'ombra del nostro aereo in fase di partenza così come l'aveva fatto in fase di atterraggio. In questo caso era stato spettacolare perché l'ombra, prima piccola, è cresciuta costantemente man mano che ci avvicinavamo al suolo fino a divenire un tutt'uno quando abbiamo toccato la pista. L'aereo è molto maneggevole; infatti il pilota compie delle belle virate mozzafiato. Peccato che nessuno ti avvisi prima così chi è in piedi finisce inevitabilmente in braccio a qualcuno seduto.
Dall'alto si vede bene la pianta delle città medio piccole sparse nelle valli mongole. Al centro ci sono edifici in muratura con i servizi pubblici come scuole, ambulatori e uffici per gli amministratori; tutt'intorno con un discreto ordine ci sono le gher all'interno di un recinto. Avvolte la gher è sostituita da una piccola casetta in muratura, altre volte la casetta e la gher convivono nello stesso recinto.
Sorvoliamo un grandissimo letto di fiume in cui l'acqua ormai è poca e ridotta a un rivolo che, all'interno di questo letto, percorre un itinerario tortuosissimo. Cromaticamente è bellissimo perché oltre al serpentone irregolare che porta l'acqua ci sono dei tronconi che si sono interrotti sia a monte che a valle diventando degli stagni in via di prosciugamento in cui l’erba prende via via il posto dell’acqua prima e rinsecchisce poi quando il sole ha completato l’opera di vaporizzazione. Gli stagni che si sono già prosciugati hanno così assunto una colorazione dal verde al giallo a seconda del tempo trascorso dal prosciugamento. Nell'insieme questo letto ha tutte le tonalità dal giallo sabbia al verde erba all'azzurro acqua in questi rivoli o ex rivoli tortuosi che si intersecano.
Sorvoliamo una linea ferroviaria e una strada asfaltata dove però circolano pochi mezzi, gli altri preferiscono passare di lato sullo sterrato. Belli gli autogrill con le gher immediatamente soprannominati autogher. Arriviamo alle 11.30 col solito pullman che ci risparmia i cinquanta metri a piedi fino all'aerostazione; l'attesa dei bagagli non è lunga. All'uscita troviamo ad attenderci il nostro referente con la sua jeep, dove carichiamo i bagagli, e il pulmino dell'altra volta dove saliamo noi. Deve aver capito che su quel tipo di mezzo è difficile far entrare venti persone e i loro bagagli.
Per arrivare all'Hotel Guida l'autista percorre un'altra strada, una specie di tangenziale. Ci sono numerosi cartelli pubblicitari di enormi dimensioni ai lati della strada; molte persone sfruttano la loro ombra per ripararsi dal sole. Rispetto a sette giorni fa l'erba della periferia di Ulaan Baatar è più verde e più alta segno che in nostra assenza ha piovuto.
Arriviamo all'hotel; non tutte le camere sono pronte per cui le occupiamo man mano che si rendono disponibili. Quest'albergo ha delle belle camere spaziose ma non ha futuro anche se è posizionato vicino al centro perché non ha ascensore e ci sono gradini dappertutto sullo stesso piano per non parlare del primo e ultimo gradino delle scale sempre di altezza differente dagli altri; quello dei gradini sparsi qua e la nei piani e quello dei gradini di altezza differente delle scale è un problema comune a quasi tutti gli edifici visitati finora in Mongolia.
Al Museo Nazionale di Storia Mongola ci sono più piani e partendo dal basso si passa dalla preistoria al periodo sovietico passando per i vari Khan; ci sono anche alcuni reperti di origine unna, una tribù mongola che minacciò più volte i confini dell’Impero Romano. Purtroppo siamo stati costretti a visitarlo non in ordine cronologico per evitare un gruppo di coreani che è composto da un numero impressionante di persone con la guida che parla in un microfono e la sua voce esce amplificata da un megafono gigantesco portato in spalla da un'altra persona. Una cosa del genere in un museo europeo non sarebbe mai successa. A dimostrazione della stupidità e del servilismo di questo popolo c'è un coreano della comitiva che per tutto il tempo ha utilizzato il depliant del museo come ventaglio per far vento alla guida, per alleviarlo dalla calura di queste stanze.
La guida del museo spiega in mongolo, Doljoo traduce in inglese e Andrea ripete quello che ha capito in italiano; la cosa è molto macchinosa e, sommata alla stanchezza dell'alzata mattutina e del viaggio, rimangono in pochi a seguire fino in fondo le spiegazioni.
Beviamo una birra, 1500T, e a piedi raggiungiamo il Museo di Storia Naturale. All'ingresso, in una grossa sala, troneggia un dinosauro scheletrito di otto metri della famiglia dei Tarbosaurus. È completo al 90%, una percentuale elevatissima che ne fa uno degli scheletri più completi al mondo; è impressionante. Poggia sulle potenti zampe posteriori e ha due zampette anteriori come i canguri. Questo tipo di dinosauro raggiunge dimensioni doppie di questo cucciolo qui esposto. A dimostrazione di ciò sulla parete sono attaccate le ossa di due zampe anteriori di un individuo adulto; confrontandole con quelle del piccolo vengono i brividi. Ci sono anche un bacino e alcuni femori di animali adulti.
Alcuni scheletri fossili di animali più piccoli, rispetto ai giganteschi dinosauri, sono stati ritrovati in miniere di carbone e le ossa sono di colore nero. Ci sono varie stanze con reperti fossili di più tipi di animali risalenti a epoche differenti. Uova di dinosauro, tante tartarughe, un antenato del coccodrillo fino ai fossili dei giorni nostri come i mammut dalle enormi zanne che i nostri antenati cacciavano.
Molti fossili qui esposti sono una copia di quelli trovati sul territorio mongolo ma esposte nei musei dei paesi d'origine dei ricercatori che li hanno trovati; è quasi ora di chiusura e la guida per permetterci di visitare quanto più è possibile passa velocemente da un articolo all'altro ma soprattutto la spiegazione è talmente rapida che alla fine dal suo inglese maccheronico riusciamo a captare solo la parola original che lei pronuncia con orgoglio quando siamo davanti a fossili non trafugati.
Oltre ai fossili ci sono animali imbalsamati, uccelli, pesci e farfalle oltre a una grossa collezione di insetti in cui non mancano le zecche. Una sezione riguarda la geologia; oltre ai tanti frammenti di roccia, molti dei quali non etichettati e disposti alla rinfusa persino sui davanzali delle finestre, ci sono due enormi meteoriti caduti in Mongolia. Sembrano di ferro.
Mi ha colpito molto la storia di una bella razza di cavalli, qui rappresentata da due esemplari imbalsamati, che si era estinta negli anni sessanta. Grazie ad alcuni esemplari presenti negli zoo di mezzo mondo è stato possibile reintrodurre questi animali in Mongolia; una buona azione fatta dagli zoo che li ripaga in parte di tutte le malefatte compiute in passato.
Finiamo la visita tra gli inservienti che lavano per terra aiutati in molti casi dai loro figli. Ai grandi magazzini di stato ci sono cinque enormi piani di variegati prodotti in vendita. Come sempre in questi tipi di negozi i prezzi sono alti ma la qualità è buona. Prese un po’ di cartoline a 300T l'una. Col pulmino raggiungiamo il ristorante dove ceneremo; è in un quartiere di casermoni in un palazzo in ristrutturazione. La cena non ci ha entusiasmato molto e in più ci ha lasciato un dubbio; il cameriere ci ha portato una bistecca dal sapore strano affermando, su nostra richiesta, che è biff ma non ha specificato di che animale. Il dubbio ci rimarrà dopo le tante bestie strane viste oggi al museo.