Ho Chi Minh

11 maggio 2004, martedì

Colazione in albergo con bachette, margarina e marmellata, frutta e caffè vietnamita. La saletta dove facciamo colazione è molto affollata da… formiche e topi a cui le donne che ci servono non mostrano molto interesse.
Con un pulmino partiamo per Tay Ninh che si trova ad un centinaio di chilometri da Saigon, direzione N-O, non lontano dal confine cambogiano. I passaggi a livello negli incroci con la linea ferroviaria si differenziano dai nostri per il doppio sistema di sbarre; quando queste sono aperte lato strada altre sbarrano la strada ad eventuali treni in arrivo e viceversa. Se si adotta un sistema simile la velocità dei treni non deve essere molto… veloce!
Per molti chilometri fuori città la strada è buona, larga, due corsie per senso di marcia con doppia striscia continua al centro che però non è molto rispettata. Anche fuori città il traffico prevalente è costituito da moto e stupisce la quasi totale assenza, su questa grande arteria, del trasporto merci sui camion; anche i pullman si sono via via diradati allontanandoci dalla città.
Quello che sta caratterizzando la prima parte del nostro viaggio sono le mascherine che indossano le donne in sella alle due ruote; ce ne sono di tutti i tipi, forme, colori e forge. I più comuni sono venduti nei negozi e bancarelle e coprono naso e bocca. Altre usano dei foulard; quelle che vanno in moto con il cappello conico usano spesso il foulard sia come ferma cappello che come mascherina. Queste mascherine non hanno lo scopo di difendersi dallo smog come abbiamo erroneamente pensato all’inizio ma serve a riparare la pelle dai raggi del sole. In tutto l’oriente, ed in particolare qui in Vietnam le donne si sentono tanto più belle quanto più la loro pelle e chiara e fanno di tutto per proteggerla dai raggi solari usando le mascherine che sono sempre accompagnate da un paio di lunghi guanti che coprono tutto il braccio lasciato scoperto dalle mezze maniche delle camicette. Sempre in quest’ottica non è raro vedere donne che si proteggono dal sole con ombrelli, come le aristocratiche donne del ‘700 europeo.
L’architettura delle case è sicuramente unica; un tempo le tasse sulla casa venivano pagate in proporzione ai metri lineari con cui questa si affacciava sulla strada. La conseguenza logica è stata quella di costruire case strette e lunghe che, se sono a più piani, assumono aspetti pittoreschi. Poiché le case sono attaccate le une alle altre per il lato lungo gli unici punti dove posizionare le finestre sono le facciate anteriore e posteriore. Ne risultano case come lunghi corridoi delimitati da grossi finestroni. Le case che via via stanno ristrutturando sono arricchite con fregi, archi e rilievi e dipinte con colori vivaci ed abbellite con numerose piante sempre verdi; il risultato è piacevole.
In quasi tutte le case si nota un altarino non grande situato quasi sempre in posizione bassa ed illuminato da una luce di colore rosso; all’interno tre piccole statuine.
Lungo la strada si notano molti artigiani specializzati in prodotti funerari. Le casse da morto sono di legno come le nostre ma a forma di parallelepipedo regolare con un’altezza superiore alle nostre. Molti lavorano sulle lapidi di pietra, tipo cippo chilometrico, su cui scolpiscono a rilievo figure come il drago lasciando al centro uno spazio vuoto di forma quadrata dove sarà posizionata la foto del defunto. Attirano più attenzione degli altri quelli che noi chiamiamo marmisti; lavorano sul marciapiede ed è qui che parcheggiano le loro opere una volta finite. Per noi sono visioni inconsuete ed inquietanti allo stesso tempo e poi ci fa sorgere un dubbio: come fanno a trasportarle al cimitero e soprattutto con o senza… l’inquilino?!
Come tutte le strade che si rispettano ci sono numerosi punti di sosta per autisti. Dato che il traffico veicolare è scarso questi luoghi sono quasi sempre vuoti; forse i gestori scommettono sul futuro! Sono però originali con sedie e tavolini di plastica colorata di dimensioni piccole, più o meno come quelli presenti nei nostri asili, e tante amache perfettamente allineate e posizionate ai pali di sostegno della copertura che serve a fare ombra.
Le auto che si vedono in giro sono mosche bianche rispetto ai mezzi a due ruote; di queste quasi tutte sono adibite al servizio taxi. Honda e Toyota la fanno da padrona anche se non è raro vedere qualche vecchio Peugeot. Quelli che possono permettersi l’auto privata la scelgono buona, BMV e Mercedes su tutte.
C’è sicuramente un boom economico in atto; uno dei segnali evidenti è, oltre alla motorizzazione di massa a due ruote, il grande impulso edilizio. In molti quartieri di Saigon e lungo le strade che portano fuori città sono numerose le case ristrutturate e quelle in via di ristrutturazione. Per le strade è un via vai incessante di risciò che trasportano i lunghissimi tondini di ferro per il cemento armato e vecchi treruote Lambretta che miracolosamente portano carichi impensabili di pietrisco o cemento. Tanti gli artigiani che nei loro posti di lavoro lungo la strada lavorano alacremente alla costruzione di cancelli metallici ed inferriate o porte e finestre di legno.
Quello che maggiormente ci ha colpito in queste poche ore di permanenza in Vietnam è la quantità e qualità delle merci trasportate sulle due ruote ed ancora continuiamo a stupirci; stiamo sorpassando quattro moto stracariche di strumenti musicali ed il necessario per l’amplificazione del suono compreso le casse; a giudicare dall’abbigliamento, acconciature e strumenti trasportati è un gruppo rock.
Molti ettari di terreno accanto alla strada sono stati adibiti alla coltivazione di alberi da caucciù. Gli alberi sono giovani, tutti perfettamente allineati ed hanno una vaschetta di terracotta posizionata su ogni albero, tutte alla stessa altezza, che raccoglie il lattice che cola dalle incisioni. Gli alberi non sono perennemente in produzione; quelli in pausa si distinguono dagli altri perché hanno la vaschetta capovolta.
Più ci si allontana dalla città più si notano in circolazione mezzi vecchi e scalcagnati. Jeep e camion sono reduci di guerra ma è impossibile stabilirne la marca perché i continui interventi di manutenzione li hanno trasformati al punto tale da farli divenire tanti pezzi unici. Le parti della carrozzeria deteriorate e non indispensabili in genere sono state eliminate per cui non è difficile veder circolare camion senza cofano motore e cabina.
Camion, jeep e treruote Lambretta si potranno vedere ancora per molto tempo sulle strade vietnamite visto il gran numero di officine che si occupano del restiling di questi veicoli.
A Tay Ninh all’interno di un parco cinto da mura c’è il Grande Tempio Caodai finito di costruire negli anni cinquanta e perfettamente tenuto. Quando arriviamo troviamo molte persone in tunica bianca, uomini e donne in prevalenza anziani, che puliscono minuziosamente il sagrato esterno ed uno sta addirittura dando dei ritocchi di vernice ad uno dei leoncini posti alla base delle scalinate degli ingressi laterali.
L’interno si presenta con una volta azzurra con nuvole e draghi bianchi stilizzati e stelle di specchio. Due file di colonne rosa avvolte da draghi dalle squame verdi rivolti a testa in giù. Al centro dell’altare c’è una grande sfera blu stellata con su disegnato l’occhio divino rivolto alla platea. Una serie di sedie di legno intarsiato e mobili con su i cesti delle offerte, fiori e grossi candelabri sono delimitate ai lati da lance con punte stilizzate e tipici ombrelli da cerimonia cinesi rossi con frange colorate. Il pavimento non è in piano; degli scalini delimitano i nove livelli e ci si innalza avvicinandosi all’occhio. Dovrebbe simboleggiare la scalata al paradiso. Ai lati ci sono molti finestroni intarsiati, bucati, che lasciano passare luce ed aria al centro dei quali c’è un triangolo con l’occhio divino.
Ai turisti è permesso l’ingresso ma devono rispettare alcune semplici regole: togliersi le scarpe, non fotografare fedeli e sacerdoti, circolare lungo il perimetro esterno in senso orario le donne e antiorario gli uomini. I primi due comandamenti vengono fatti rispettare scrupolosamente da un servizio d’ordine fatto da vecchietti in tunica bianca e fascia al braccio che discretamente… non ti perdono di vista un istante, mentre per il terzo chiudono un… occhio. Durante le cerimonie invece ai turisti è permesso accedere solo alla balconata superiore dalla quale comunque si gode di un’ottima vista.
A mezzogiorno inizia una cerimonia. Sul baldacchino rialzato situato sopra l’ingresso i musici hanno preso posto intorno ad un tavolo rotondo; la musica eseguita con strumenti a corda e ad arco è ripetitiva ma molto suggestiva anche perché accompagnata dalle dolci voci femminili del coro posizionato in piedi accanto agli strumentisti. Sul baldacchino lo spazio lasciato libero dal tavolo con i musicisti e dal coro è occupato da quelli che a me sono sembrati dei novizi; in tunica bianca sono seduti nella classica posizione del loto con lo sguardo fisso davanti a loro ed a precisi passaggi della musica o al suono di gong e nacchere si prostrano, si alzano ecc.
Gli stessi movimenti li fanno quelli che sono giù nel salone con lo sguardo rivolto verso l’occhio. Sono ordinatamente seduti sul pavimento anch’essi nella posizione del loto, gli uomini a destra le donne a sinistra. Tutti indossano una tunica bianca tranne alcuni uomini anziani che nella parte centrale dello schieramento indossano tuniche gialle o rosse o blu con calzari dello stesso colore a punta rialzata. I tre colori corrispondono ai tre rami del corpo esecutivo che si rifanno alle tre principali religioni. Vestono di giallo, il colore della virtù, i dignitari del ramo buddista; i dignitari del ramo taoista vestono di blu, il colore della tolleranza e della pace e i dignitari del ramo confuciano vestono di rosso, simbolo dell’autorità. Non ci sono donne dignitarie e tutte vestono di bianco. Gli uomini e le donne più anziani sono seduti davanti e portano un copricapo nero, tipo coppola gli uomini ed una specie di bandana di colore bianco le donne. Il copricapo degli uomini dalle tuniche colorate è bianco e richiama vagamente quello dei nostri vescovi.
Il Caodaismo, Chiesa della Terza Rivelazione, è una religione fondata qui nel 1926 da Ngo Van Chieu e da altri discepoli. I fondatori di questo culto sostenevano di avere ricevuto, nel corso di una seduta spiritica, una rivelazione da Dio, il quale ordinò loro di creare una nuova religione sincretica mescolando vari elementi di dottrine religiose sia orientali che occidentali.
I caodaisti credono in un unico Dio, il quale ha fondato le principali religioni del mondo, quali il Buddhismo, il Taoismo, il Confucianesimo, il Cristianesimo, l'Islam, l'Induismo.
Improvvisamente la musica cessa e l’uomo dalla tunica rossa dietro il primo che indossa la tunica gialla si alza, si porta sull’altare e comincia a recitare cantando dei versi che legge da un libro, versi inframmezzati e scanditi da colpi di gong e nacchere ai quali tutti gli altri rispondono prostrandosi, alzandosi ecc.
Finita la cerimonia principale ne inizia un’altra non meno interessante; consiste nel portare doni ed offerte sull’altare. Queste sono posizionate su di un tavolo di fronte ai musicisti e vanno dalle banane agli incensi fumanti, dai fiori al tè ecc. Il tavolino con su le offerte viene portato giù per le scale e posizionato sul primo dei vari gradoni di cui è composto il pavimento della sala.
Alla fine di un cerimoniale alquanto complesso il tavolino passa al gradone successivo e così via fino a che giunge sull’altare.
La pace e la tranquillità del tempio e del parco che lo circonda svaniscono appena varcato il cancello d’ingresso. Qui in Vietnam il concetto di moto ad uno o due posti non esiste. In pochi giorni abbiamo capito che la moto è un formidabile mezzo di trasporto promiscuo, come usiamo noi definire i mezzi adibiti al trasporto di persone e cose.
Le moto trasportano normalmente tre persone adulte o l’intera famiglia con bambini e buste della spesa o eccezionalmente quattro adulti. Oltre al guidatore e passeggero sulla moto prendono posto le stie con i polli, le ceste con i maiali, le gabbie con i cani commestibili o le aste con le oche ordinatamente legate per le zampe.
Quando il carico è pesante alla moto viene agganciato un rimorchio; in questo caso i mezzi subiscono delle trasformazioni rigorosamente artigianali alle sospensioni affinché queste possano sopportare anche lo sforzo da traino. Così modificate le moto trasportano mattoni, sacchi di cemento, sabbia, paglia, otri ed altro. A questo punto rimarrebbero non trasportabili solo oggetti di lunghezza spropositata come tondini di ferro per l’edilizia o canne di bambù per le impalcature ma l’ingegno umano non ha limiti e qui si sono inventati il trasporto a bilico con moto. Il fascio di tondini o di bambù viene legato per un vertice alla moto e per quello opposto al rimorchio. In questo modo il rimorchio è collegato alla moto mediante il materiale trasportato.
La cosa che colpisce è la naturalezza con cui vengono guidati questi lunghissimi mezzi; si immettono nel caotico traffico della strada principale senza fermarsi, adottando lo stesso principio che ci guida nell’attraversamento delle strade: velocità costante, senza fermarsi tanto sono gli altri che ti vedono e ti scansano…
E’ da un po’ di chilometri che ai lati della strada vediamo quelle che sono inequivocabilmente fornaci dove fanno i mattoni ma siamo spiazzati dalla presenza di grandissimi cumuli di granaglie accatastati sotto tettoie.
Fanno i foratini; fango e paglia vengono messi in una vecchissima e rumorosissima impastatrice azionata da lunghissime cinghie che prendono il moto da un obsoleto motore diesel. Il gruppo motore cinghie è posizionato in una stanza annerita dai fumi di scarico e dall’olio che viene sputato in tutte le direzioni; l’impastatrice è invece esterna sotto una tettoia di fortuna integrata da teloni volanti che proteggono i lavoratori dai raggi del sole. Dall’impastatrice esce un unico e continuo mattone come dalla trafilatrice del pastificio esce un unico e continuo maccherone tagliato poi alla misura voluta.
Questi mattoni tagliati e marchiati col logo della fabbrica vengono caricati su di un carretto e trasportati a mano all’aperto da giovani operaie dove subiscono una prima e leggera essiccazione. Dopo qualche giorno gli stessi mattoni vengono portati con lo stesso sistema nelle fornaci. Sono costruzioni in mattoni refrattari di una cinquantina di metri cubi (4 x 4 x 4 metri) a base quadrata o tonda e tetto a cupola con alto camino centrale.
Nella fornace i mattoni vengono sistemati ad arte uno sull’altro. Quando il carico dei mattoni è finito si passa al combustibile; sono le granaglie che si vedevano prima. E’ la pula, lo scarto della pulitura del riso che viene portata qui da barconi che attraccano ai precari moli che le fornaci hanno lato fiume.
Si da fuoco alla pula e si mura la porta attraverso la quale si erano portati dentro i mattoni lasciando solo un po’ di feritoie che permettono al fuochista di alimentare il fuoco con palate di granaglie fino al completamento della cottura.
All’inizio di uno spartitraffico sulle strade a doppio senso di marcia c’è un segnale stradale a noi sconosciuto ma di cui si intuisce facilmente il significato; è identico nella forma ed è posizionato accanto al divieto d’accesso ma ha il fondo blu anziché rosso.
Si nota un via vai continuo di studenti che vanno o vengono dalla scuola a molte ore della giornata e non capisco se è per la mancanza di edifici scolastici che li costringe a doppi turni o se sono previste lunghe pause per evitare agli studenti di rimanere in aula nelle ore della giornata più calde. I più grandi generalmente indossano come divisa una camicia bianca su pantalone blu mentre le ragazze indossano il classico Ao Dai bianco; con opportuni accorgimenti è portato con classe anche in bicicletta.
Molti semafori sono di ultima generazione con luci multiled, ed un cronometro che indica i secondi che mancano al cambio dal verde al rosso e viceversa.
Il nostro attuale autista oltre a non parlare una parola d’inglese non è nemmeno molto sveglio. Di ritorno da Tay Ninh dovevamo fermarci alla zona dei cunicoli di Cu Chi ma ha tirato diritto ed ora siamo in città. Ripieghiamo sulla Pagoda Giac Lam. E’ a più piani; una decina di monaci portano avanti il complesso e le foto dei più importanti che li hanno preceduti sono esposte al piano terra su una specie di altarino. Una scala interna porta ai piani superiori dove in sale alquanto spoglie si evidenziano statue colorate delle varie figure del Buddha. All’esterno, nel giardino che circonda la pagoda troneggia una gigantesca statua di Quan Am, la dea della purezza. Accanto alla statua ci sono le tombe di grandi monaci del passato ed un bellissimo albero di pipal. Secondo la tradizione, sei secoli prima della nascita di Cristo il principe Gautama Siddharta divenne il Buddha, l'Illuminato, meditando sotto un albero di pipal, nome botanico ficus religiosa.
Sta piovendo e come d’incanto ciclisti e motociclisti hanno indossato il tipico impermeabile che copre anche le mani sul manubrio. Caratteristici quelli a due teste; un impermeabile unico con due cappucci, uno per il guidatore e l’altro per il passeggero.
Di ritorno dalla pagoda rimaniamo imbottigliati nel traffico. In Italia, nelle grandi città molti stanno scoprendo lo scooter per sfuggire al traffico per cui era impensabile prima d’ora che ci si potesse trovare in un ingorgo di moto e bici ferme in entrambi i sensi di marcia.

start prev next end