Chau Doc

14 maggio 2004, venerdì

Ci alziamo presto per fare un giro nei piccoli villaggi visti ieri sera nelle vicinanze del nostro hotel. Nonostante l’ora mattutina c’è già un discreto movimento. Dei precari ponti in legno, scavalcando piccoli canali, collegano la strada a piccoli agglomerati di case su palafitte.
Un ragazzo in canoa sta raccogliendo i lumachini cresciuti sui pali di legno delle palafitte a pelo d’acqua. Sono considerati una leccornia; cotti a vapore vengono meticolosamente sgusciati, intinte in qualche salsina e mangiate accompagnate da un’immancabile tazza di the alla faccia degli spuntini fast food.
Un ragazzino di quattro, cinque anni mi ha seguito per più di mezza ora cercando ripetutamente di mettere le mani sulla mia borsa fotografica; alla fine ho scoperto che voleva semplicemente chiuderla per sentire il clik della chiusura. Se ne è andato felicissimo girandosi in continuazione per salutarmi.
E’ l’ora della colazione anche per gli abitanti di queste casupole; alcune donne con bilanciere passano di casa in casa ad offrire i propri prodotti mentre altri, soprattutto ragazzini in procinto di andare a scuola, sono seduti al chioschetto, anch’esso costruito con materiali di fortuna, posizionato appena fuori il villaggio.
Tranne una sarta e qualche vecchietta che cucina nessuno svolge attività produttive; la maggior parte delle persone è sdraiata sulle amache. Come ha detto qualcuno sembra che si alzino presto la mattina per avere più tempo a disposizione di giorno per riposarsi.
Siamo a pochi chilometri dal confine cambogiano; anche se i rapporti tra i due paesi sono ormai buoni, ci sono ancora molte postazioni militari sulla collina che sovrasta il nostro albergo. Incrociamo una colonna di militari che procede a piedi in fila indiana; sono tutti giovanissimi, con zaino leggero in spalla e fucile in mano. Completano l’armamentario della colonna mortai, bazuka e mitragliatrici trasportati a mano da coppie di militari.Abituato ai nostri funerali caratterizzati dal predominante color nero e dagli occhi lucidi di parenti ed amici al seguito, non riesco a capire se qui la morte ha lo stesso valore emotivo nostro visto che il colore predominante nei funerali locali è il rosso e nessuno del seguito è minimamente rattristato. Il carro è allestito come una edicola cinese di color rosso con ideogrammi cinesi gialli; la cassa che contiene il morto è di color giallo più alta delle nostre. Parenti ed amici seguono su furgoni che hanno una fascia rossa con scritte gialle sul cofano anteriore.
Ci fermiamo nei pressi di una pagoda che si affaccia sulla strada che stiamo percorrendo. Siamo però attirati dalle aule della vicina scuola. Ci sono due aule con bambini delle materne; i bambolotti ripetono in coro alcune frasi suggerite dalla maestra, poi uno per volta si avvicinano alla maestra e rivolti alla classe ripetono singolarmente la filastrocca, dandosi il tempo battendo le mani tra loro o sulle gambe. Una volta finito è lui, o lei a decidere chi è il prossimo a dover essere interrogato indicandolo con un dito.
Nelle classi delle elementari, al nostro ingresso, i bambini scattano in piedi ed urlano all’unisono una parola di saluto poi pian piano si sbracano contagiando le classi vicine. I banchi sono da libro cuore mentre in alcune aule la lavagna è assente; in sua vece un rettangolo di parete è stato verniciato di nero o verde!
Nessuna delle maestre parla inglese per cui ci è difficile comunicare; solo una bambina timidamente ci chiede il nome in inglese prima di scappare via contenta quando ha capito che abbiamo capito.Lungo la strada troviamo una piccola fabbrica di bastoncini d’incenso. E’ una baracca di legno e lamiera, molto piccola in cui lavorano quattro ragazzi in un’aria irrespirabile. Un mazzetto di bastoncini di legno viene immerso in un liquido in modo che si impregnino fino ad una certa altezza; a questo punto i bastoncini vengono immersi in una vasca piena di polvere, in questo caso gialla, e lavorati in modo che la polvere si attacchi alla parte bagnata. Questa operazione, fatta con movimenti decisi e precisi, fa alzare un polverone che oltre ad essere respirata dai ragazzi che vi lavorano, con improbabili buone prospettive per il loro futuro, si attacca al sudore dei corpi trasformandoli in tanti San Gennaro!
Una ragazza in avanzato stato di gravidanza mette i bastoncini ad asciugare sul ciglio della strada al sole ed al vento prodotto dai veicoli che passano.
Spesso, lungo la strada, si trovano dei caselli dove gli autisti pagano dai 10000d ai 20000d; non si capisce se è il passaggio tra due province diverse o un finanziamento postumo per la costruzione di un ponte o altro.
Ci fermiamo a Sa Dec per un fugace pranzo. Questa cittadina è famosa per le sue case coloniali francesi in una delle quali è stato girato il film L’amante di J.J.Annaud, tratto dal romanzo Margherite Duras.
Al mercato coperto delle solerti calzolaie assemblano gli zoccoli; si sceglie la forma e la misura degli zoccoli ed il modello della fascia che fungerà da tomaia e con un paio di prove e veloci e martellate ti sfornano eleganti zoccoli su misura. Da notare che le etichette poste sulle calzature portano i nomi di Gucci, Umbro… Costano 30000d, la metà quelli piccoli per bambini.
Un tizio a cui avevamo chiesto delle informazioni al termine di una lunga chiacchierata ci invita a prendere un caffè in un chioschetto vicino; guardiamo incuriositi e divertiti al modo in cui viene preparato che, anche se diverso nei mezzi, è simile nella sostanza a quello che accadeva all’interno dell’ormai dimenticata macchina per caffè napoletana poi, dall’alto della nostra superiorità in materia, l’assaggiamo diffidenti. I nostri sguardi si incrociano interdetti, è ottimo! Diventerà una pietra miliare del nostro viaggio.
Arrivati a Saigon alloggiamo all’Hotel 265, vicino al precedente. Le camere sono buone ma... al quarto piano senza ascensore con scala stretta e gradini alti tanto che le inservienti hanno escogitato un sistema a corde per portare su e giù cuscini, lenzuola ed altro senza fare più volte al giorno le scale. 3 dollari a testa in media.
Con due taxi raggiungiamo il quartiere cinese di Cholon. L’autista del nostro mezzo ha avuto l’audacia di protestare; secondo lui cinque passeggeri più lui in un taxi sono troppi. Si zittisce immediatamente quando gli facciamo notare che siamo circondati da motorini con quattro persone a bordo e per giunta senza casco.
Mangiamo al ristorante Hoa Don Ban Le, è grande, all’aperto, con una grande ruota dentata al centro che gira in una vasca trasferendo il moto ad altre due ruote più piccole. E’ stranamente illuminato e l’abbondante personale è vestito con abiti tipici.
Prendiamo un maialino intero cotto alla brace e gamberoni vivi cotti sul fornello messo sul tavolo. Nella pentola poca acqua e cipolle; quando è bollente giù i gamberoni e subito il coperchio per non farli saltare fuori. A morte avvenuta si toglie il coperchio e si lascia cuocere per qualche minuto. Si intingola nelle salsine che vanno dal molto dolce, poco piccante al poco dolce, molto piccante più le varie sfumature intermedie.
Qui, come in altri ristoranti del posto, le bottiglie di birra non vengono servite singolarmente a tavola; il cameriere porta una cassetta di birra e la posiziona vicino al tavolo, ci si serve da soli ed alla fine si pagano solo le birre effettivamente consumate.
La cena è ottima, 83000d a testa, anche perché siamo stati consigliati nel menù da un vietnamita che ha lavorato diversi anni in Italia e che sta, con moglie ed amici, al tavolo accanto al nostro; si è fatto avanti quando ha riconosciuto la nostra lingua.
Unico lato negativo il karaoke che ci disturba non poco; decidiamo di vendicarci. Andiamo sul palco a cantare La società dei magnaccioni dopo alcune prove effettuate al tavolo mentre si assaggia la grappa di riso. Ci facciamo presentare come Little Italy; un successone!
Al ritorno decidiamo di camminare un po’ a piedi prima di prendere un taxi ma quando ci accorgiamo di aver preso la direzione opposta saliamo in dieci più l’autista in un monovolume.
Arrivati all’albergo il tassista vuole più soldi di quanto segni il tassametro perché eravamo in molti nel suo mezzo; per far valere le sue ragioni si avvale di una ragazzina di una decina d’anni che traduce. Alla fine riesce a strappare 10000d in più e parte di questi vorrebbe darli alla ragazzina ma quest’ultima li rifiuta in malo modo(???).
Questa ragazzina avrà un futuro; vende gomme da masticare per strada, è simpatica e sfrutta ogni occasione per parlare in inglese con gli stranieri che gli capitano a tiro.
Per strada si trovano diversi massaggiatori che praticano il Ghac Hoi, una tecnica medica cinese che da qualche anno è praticata anche in occidente col nome di Coppettazione. L’operatore riscalda per qualche decimo di secondo l’interno di un vasetto di vetro con una fiamma creando in esso un vuoto d’aria e con la stessa velocità lo applica sul corpo del paziente; si crea una depressione tale che risucchia la pelle all’interno del vasetto e fa aumentare l’irrorazione sanguigna in quella parte del corpo. Si addice al trattamento di sindromi dolorose, applicando le coppette li dove il dolore è localizzato, e di molte sindromi depressive ed ansiose applicando le coppette lungo i circuiti energetici ravvivandoli.
Una volta finita la seduta, sul corpo del paziente rimangono tanti segni circolari quanti sono stati i vasetti applicati.

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