Bogotà

24 dicembre 2022, sabato

1025Dormito poco e male; pur essendo al sesto piano si sentivano tutti i rumori della strada fino all'ambulanza che ha sfoggiato tutte le sirene omologate nel mondo in rapida successione. Non ha aiutato ad attutire i rumori la parete vetrata che qui a quanto pare va molto di moda.
Il referente che stamattina ci accompagnerà in aeroporto si offre di cambiare i soldi a quelli che ieri in aeroporto non si sono fidati ma non ha sufficiente contante così deviamo verso casa sua.
Per strada c’è poco traffico ma sono le sei di mattina anche se la giornata è già luminosa; come la Metrobus di Quito anche qui a Bogotà c’è il servizio di bus rapido con bus a due rimorchi che percorrono una sede stradale propria con vere e proprie stazioni per la salita e la discesa dei viaggiatori a cui si accede solo muniti di tarjeta. Il volo per Santa Marta è l’AV9786 delle 7.59 e sarà effettuato dall’Avianca con un Airbus A320-200.
In aeroporto effettuiamo il check-in ai totem della compagnia; dalla scannerizzazione del passaporto la macchina infernale visualizza a monitor i dati relativi alla propria prenotazione, chiede un po’ di informazioni e in un attimo stampa la fascetta per il bagaglio da stiva e la boarding card. Al banco si posiziona il bagaglio sul nastro, si passa la carta d’imbarco sul lettore ottico per identificarsi, si punta con la pistola il codice a barre del bagaglio e questo per magia parte. In caso di problemi c’è il vecchio check-in ma i tempi si allungano.
Passati i controlli facciamo colazione ma non hanno idea di come servire più persone contemporaneamente e gli ultimi si son portati a bordo la pasta e lasciato il caffè per arrivare in tempo al gate.
1043Pochi posti vuoti; le hostess hanno un completino rosso corallo su camicetta bianca. La capitale vista dall’alto appare grande con poco verde, strade squadrate e circondata da monti.
In poco più di un’ora arriviamo al nord del paese in uno scenario inverosimile con le cime innevate della Sierra Nevada a destra e il mare caraibico a sinistra; alla pista si approccia dal mare e questa è parallela al lungomare tanto da vedere i bagnanti che in costume vanno in spiaggia mentre l’aereo è in frenata. L’aeroporto internazionale Simon Bolivar è piccolo; dall’aereo a piedi si va direttamente a recuperare i bagagli e poi via senza ulteriori controlli.
La cittadina è moderna con palazzoni bianchi di diversi piani e tanti turisti a passeggio per strada ma… non è Santa Marta che si trova a una ventina di minuti di macchina ad andatura lenta al di là della montagna che abbiamo davanti a noi.
L’albergo non è lontano dal centro ed è bellino ma le camere non sono ancora pronte così ci alleggeriamo dei bagagli e andiamo a fare un giro di ricognizione in città; il lungomare è ampio con la zona pedonale con un bel arredo urbano e molti alberi. C’è tanta gente in spiaggia; simpatici e originali gli equivalenti dei nostri ombrelloni. Sono dei cubi posizionati uno accanto all’altro con tre lati coperti dal telo, quello alto per ripararsi dal sole e i due laterali per privacy, mentre lato mare e lato monte sono liberi. È una sola lunga fila e tutti sono occupati; in acqua ci sono soprattutto i bambini.
Davanti alla spiaggia una piccola baia con un’isoletta, un paio di pescherecci abbandonati e sul lato destro un piccolo porto commerciale con le grosse gru,
continers impilati e una grossa nave cargo vuota ormeggiata con tanto rosso di antivegetativo fuori dall’acqua.
1086Degli operai con attrezzi manuali stanno ripulendo la spiaggia che continua oltre la fine del lungomare attrezzato e qui un sacerdote, con la veste sacra di qualche confessione cattolica, è bagnato a mezzobusto e la presenza di fedeli col vestito della domenica e un bambino mi fanno immaginare che hanno celebrato un battesimo.
In un mercatino di fronte al mare, un giovane prepara una specie di piadina, grande, ripiena di crema di latte o simile che due ragazzi e relativi genitori, visibilmente sovrappeso, stanno avidamente consumando. È difficile camminare con la testa in su del buon turista che ammira le bellezze del luogo a lui sconosciuto perché il marciapiede è pieno di buche e di grossi tombini senza copertura; sono delle pericolosissime trappole.
Nelle vie del centro, chiuso al traffico veicolare, c’è tanta gente a passeggio che lo rendono vivace. Ci sono tanti murales alle pareti delle case coloniali e quasi tutti hanno come tema le etnie precolombiane; a
questi si aggiungono gli stravaganti murales realizzati dalle attività commerciali.
Pranziamo in un cortile attrezzato a ristorante; è tutto verniciato di nero con tante lucine colorate sparse qua e la, ora spente, e sopra all’angolo bar c’è un soppalco utilizzato dalle band per la musica dal vivo. Penso che la sera questo locale si riempia di giovani festanti; la simpatica ragazza che ci serve, dopo averci spiegato i vari piatti del menù aiutandosi anche con Google per le immagini degli ingredienti, ci offre un po’ di brodo all’inizio e un caffè dopo la mancia.
Tra il centro e il nostro albergo c’è il cimitero e qui mi colpiscono i tanti piccoli loculi che però non ospitano bambini; forse contengono le ossa di defunti prima interrati e poi custoditi in queste minuscole nicchie.
1062Duro lavoro di divisione del contenuto del bagaglio tra quello che rimarrà in albergo e quello necessario ai quattro giorni di trek alla Ciudad Perdita.
Ceniamo in un ristorante del centro; c’è musica dal vivo ma il volume, come abbiamo imparato in queste poche ore in Colombia, è alto e non ci permette di parlare così, quando vediamo dei clienti andare via, chiediamo di spostarci al piano superiore dove vediamo una saletta protetta da porta vetrata. Però caschiamo dalla padella alla brace perché siamo su di un terrazzo che da sulla strada e dopo una ventina di minuti il locale accanto attacca la musica a palla per attirare clienti. Un patimento.

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