Santa Marta
25 dicembre 2022, domenica
Le strade della movida che ieri sera erano stracolme e soprattutto rumorose per la musica sparata a palla da ogni angolo tanto da sovrapporsi in motivi assurdi, stamattina sono desolatamente deserte.
In spiaggia i bagnini stanno preparando le postazioni ma ci sono già bambini che giocano a riva. Con i 4x4 passiamo a prendere un’altra coppia di turisti austriaci, e quelli che scopriremo essere la figlia della cuoca e l’interprete spagnolo-inglese e, percorrendo la statale 90 arriviamo all’ingresso del Parque Nacional Natural Sierra Nevada de Santa Marta; è un grande parco, 383000 ettari con una biodiversità importante nato nel 1964 soprattutto per proteggere le popolazioni indigene dei Kogui, Arhuaco, Wiwa e Kakuamo che vivono in questa area tanto che la maggior parte di questo parco è interdetta ai visitatori, visitatori che comunque sono per la quasi totalità interessati alla Città Perduta ben nascosta al suo interno.
Veniamo marchiati con un braccialetto rosa e partiamo per il sentiero denominato Camino Ciudad Perdida; il primo tratto lo percorriamo in jeep; la strada sterrata è buona anche se alcune salitelle vanno affrontate in prima marcia. Arriviamo al piccolo villaggio di Machete Pelao, villaggio tecnico dove recuperiamo i bagagli dai 4x4, mangiamo e finalmente partiamo per il trek.
Finito il breve tratto asfaltato all’interno del villaggio inizia il sentiero che è abbastanza largo e dopo poco cominciamo a costeggiare il fiume El Mamey che non ha una grossa portata ma le sue acque impetuose si fanno sentire. Incontriamo una piccola comunità di indios e l’interprete che è rimasto dietro si ferma a fare un’offerta alla sua fundaciones. Siamo seguiti da più persone dell’organizzazione di cui una è sempre avanti e un’altra chiude il gruppo; sono in contatto tra loro con radioline ricetrasmittenti. Per fare qualche foto sono rimasto staccato dal gruppo e il ragazzo che chiude ha capito che non sono in difficoltà e lo comunica agli altri davanti per non farli preoccupare.
Un tubo che porta l’acqua del fiume in qualche punto all’interno della foresta perde ed è all’altezza giusta per una insperata doccetta rinfrescante; è caldo ma soprattutto umido e questo non favorisce l’incedere. Un ponticello ci porta dall’altro lato del fiume, quello sinistro risalendolo; quasi attaccato c’è un grosso albero che il ragazzo che mi segue dice che ha 400 anni.
Finora il percorso è stato tutto in salita; in alcuni punti spiana, in altri scende un po’ ma tendenzialmente sale, avvolte anche di brutto.
C’è un gran via vai di moto che favoriti dalla strada che ne permette il transito hanno preso il posto dei muli che comunque per carichi pesanti sono ancora insostituibili; infatti incrociamo una colonna di muli legati in fila indiana e guidati dal mulattiere che trasportano bombole del gas esauste, due per basto.
Paese che vai formiche che trovi; una colonna di piccole lavoratrici ci taglia la strada trasportando un trancio di foglia, che loro stesse hanno tagliato, molto più grande di loro. Altre formiche, più piccole e rossicce sono intente a creare o manutentare un formicaio; questo è sulla parete di un terrapieno, a un metro circa d'altezza. Escono dal buco trasportando un grumo di argilla che hanno scavato all'interno delle gallerie, camminano una decina di centimetri e poi lasciano cadere il granello; il risultato è una piccola e vistosa frana rosso vivo di argilla.
C'è un buon numero di farfalle di almeno tre specie che volteggiano delicatamente da un fiore all'altro. Una di queste specie però oggi non è interessata al nettare; è di dimensioni medio grandi, con due grossi occhi disegnati sulle ali e penso siano in amore. Quando volteggiano una accanto all'altro emettono un suono scoppiettante che stride con l'idea di un animaletto delicato.
Un alberello dalla corteccia liscia che si sfoglia facilmente ha un frutto che ora è verde perché acerbo e somiglia al frutto del noce col mallo; è il Waiawa, molto vitaminico e dalla corteccia sfogliata si ottenere un tè ottimo per i problemi intestinali.
Macchie verdi di montagna disboscata, dove la foresta ancora non è rientrata in possesso, erano coltivazioni di coca; ora i contadini coltivano caffè, cacao e altri frutti. Sparse qua e là si trovano in giro tante piante di coca che per essere produttiva deve avere qualche anno; le foglie più arcigne sono buone per la produzione di coca perché ricche di principio attivo. Se invece si vuol fare il tè di coca allora servono le foglie giovani.
In alcuni punti se avesse piovuto sarebbe stato difficile avanzare perché il terreno è quasi tutto argilloso e quattro gocce d'acqua lo renderebbero scivoloso a tal punto da avere problemi anche con i bastoncini.
Arriviamo alle 16 e 30 al Camp Alfredo; a pochi minuti c'è una piscina naturale alimentata da una cascata. È un ambiente bellissimo e tuffarsi nell'acqua gelida dopo dieci chilometri di salite e discese con questo clima opprimente è un esperienza inimmaginabile.
Ci aspettavamo tanta gente perché questo è il periodo migliore per andare in vacanza per i colombiani, soprattutto per gli abitanti di Bogotà; invece siamo solo noi nel campo mentre in strada qualche altro gruppo c'era, forse si sono fermati in un altro campo.
La cena non è male con il riso che accompagna un pesce fritto; come dolce un wafer ricoperto di cioccolato al latte e una tazza di tè di coca completa l’opera.
Alle nove le luci nel campo si sono spente già da un po'; non ci resta che andare a dormire. Ci sono letti a castello con materasso, cuscino e net per i moschitos ma mancano le lenzuola e si ovvia con il sacco lenzuolo; il gruppo dei letti è coperto da una tettoia ma aperta ai quattro lati per cui è come dormire all'aperto. Il rumore della cascata e del fiumiciattolo che scorre ci accompagnerà per tutta la notte.