Alojamiento El Paraìso Teyuna
27 dicembre 2022, martedì
Dopo colazione partiamo per il terzo giorno di trek che ci porterà alla Ciudad Perdida A differenza di ieri notte, il campo qui era pieno di trekker; la speranza è che loro stamattina partano in direzione opposta alla nostra.
Partiamo leggeri lasciando qui, nel campo, tutto il superfluo che recupereremo al ritorno quando ripasseremo di qui; a poche decine di metri attraversiamo un ponte metallico traballante per cambiare sponda. Per sicurezza passiamo tre persone per volta; il sentiero è suggestivo e i continui saliscendi ci tengono sempre più o meno a riva con la colonna sonora dell’acqua impetuosa che ci accompagna.
Dopo qualche chilometro il sentiero passa per il vecchio campo El Paraìso ormai abbandonato e non so per quale motivo ricostruito più a valle dove abbiamo dormito stanotte. Più avanti arriviamo alla carrucola; occorre attraversare di nuovo il fiume che qui è abbastanza largo ma è anche poco profondo e tronchi e sassi ben posizionati ne facilitano il guado.
Per facilitare il passaggio quando la portata d’acqua cresce hanno messo su questa carrucola rudimentale che corre lungo un cavo d’acciaio ed è manovrato con l’ausilio di corde.
Dopo la carrucola iniziano i temuti 1200 scalini che finalmente ci porteranno alla Ciudad Perdida; dicono che, tranne qualche aggiustamento, sono ancora quelli originali con altezze e angolazioni differenti da scalino a scalino. La cosa è del tutto naturale visto che è realizzata con pietre adattate alla necessità; occorre la massima cautela e attenzione perché la pendenza avvolte è grande e viene naturale aiutarsi con le mani visto che i gradini superiori li vedi a pochi centimetri dal naso.
Arriviamo in cima che il sito è ancora all’ombra; è stata fondata molto prima del Machu Picchu, circa seicento anni e abitata da un paio di migliaia di persone. L’arrivo degli spagnoli e delle nuove malattie che portarono con loro che decimarono la popolazione indigena, convinse i pochi sopravvissuti a trasferirsi in zone ancora meno accessibili degli altipiani lasciando nel sito oggetti d’oro e terrecotte non più utili nella nuova vita da fuggiaschi; sono stati proprio questi oggetti apparsi improvvisamente in gran numero nel mercato clandestino negli anni settanta a far capire che i guaqueros, l’equivalente dei nostri tombaroli, avevano trovato qualcosa d’importante.
A differenza della città peruviana, qui le costruzioni erano di paglia e fango che col tempo sono state erose per cui del sito sono rimaste solo quelle che possiamo definire infrastrutture, come strade, scale e muri di contenimento dei terrazzamenti che erano fatti in pietra. Sintetizzando, quello che appare a prima vista sono una serie di piazzole rotonde sparse qua e la e tenute in piano da muri di pietra per contrastare la pendenza della montagna; ognuna di queste è accessibile da scale in pietra molto rifinite come i muri.
La città si suddivide in quattro parti collegate da stradine e scale e per ritornare al punto di partenza si percorrono due chilometri; nella parte più alta vive il capo degli indios del posto, discendenti dei Tayrona che fondarono questa città che loro chiamano Teyuna.
Nella cava il procedimento per ricavare lastre dai grossi massi era semplice ma lungo e laborioso; prima col fuoco si surriscaldavano i massi e poi l’acqua fredda ne favoriva lo sfaldamento.
Finito il giro ritorniamo al punto di partenza che ora è assolato ma soprattutto privo di altri visitatori; abbiamo imboccato una finestra temporale a noi favorevole che ci ha fatto percorrere i sentieri prima e visitare il sito poi senza la massa di turisti che solitamente vengono qui in questo periodo dell’anno. Un bel
Colibrì alterna momenti di frenetica ricerca di cibo a momenti di relax sul ramo di un albero; è sempre uno spettacolo vederlo dal vivo.
Per anni questa zona è stata teatro del conflitto armato tra l'esercito nazionale colombiano, gruppi paramilitari di destra e gruppi di guerriglia di sinistra come l'Ejército de Liberación Nacional, ELN e le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, FARC. Per questo motivo la zona è stata considerata per anni poco sicura per il turismo e i pochi che venivano da queste parti erano costretti a organizzarsi con scorte armate. Oggi, dopo l’accordo con le FARC che hanno deposto le armi la zona è finalmente sicura e non occorre più la scorta armata; speriamo che duri per molto anche se delle avvisaglie presagiscono il contrario.
Cominciamo la discesa che come sempre è più impegnativa della salita sia per il fatto che nei punti più ripidi è impossibile non guardare giù sia perché la maggioranza dei gradini non permette l’appoggio del piede intero per cui occorre posarlo in diagonale e questo obbliga a essere sempre concentrato sul come effettuare il passo successivo.
Gli ultimi metri si rivelano ancora più difficili perché alla stanchezza e alla tensione accumulata si aggiungono i gradini umidi e pericolosamente scivolosi per la ormai vicinanza del rio Buritaga. Questa volta azzardiamo il guado e passiamo indenni così potremo dire d’aver attraversato il rio sia in cielo che in terra.
Ci fermiamo al Alojamiento El Paraìso Teyuna per pranzare, recuperare i bagagli e un po’ d’energia e ripartiamo per il Camp Mumake dove ceniamo e dormiamo.