Riohacha
29 dicembre 2022, giovedì
Al risveglio troviamo il nostro bucato sparso in varie ceste rimasto ad asciugare nel cortile; è quasi asciutto ma il lavaggio non è venuto molto bene per non dire peggio. Comunque è stato divertente recuperare tutti i pezzi sparsi per le varie ceste.
Stamattina è prevista la partenza per la penisola de La Guajira, il territorio più a nord della Colombia; è una zona desertica stepposa, privo di strade per cui utilizzeremo due fuoristrada 4x4 con autista per questi tre giorni che si annunciano molto interessanti. Daniel, l’autista del nostro mezzo è un po’ sovrappeso; al toto… peso nessuno di noi è sceso sotto i 150 chili. Per prendere qualcosa dal portaoggetti dello sportello deve aprire la porta in corsa…
Ci dirigiamo verso il mare e alla periferia della città stanno scaricando il pescato dalle barche parcheggiate sulla spiaggia e passando davanti a una pescheria si sente dalla macchina il profumo del pesce fresco; una piacevolissima sensazione.
Nella periferia della città le strade sono sterrate e in una di queste un cane tranquillamente accucciato in mezzo alla via crea un ingorgo costringendo gli autisti di auto e camion a lente manovre per evitarlo.
La strada litoranea torna asfaltata, ma non si vede il mare; è un territorio difficilmente catalogabile perché paludoso e al contempo ricco di cactus, dove non c’è acqua. Un binomio strano, mai visto prima e dove cresce un po’ d’erba ci sono le caprette al pascolo.
La via è in pessime condizioni, sembra fatta da poco ma sicuramente è stata fatta male; non sono cedimenti laterali, tipici di strade che attraversano terreni paludosi ma veri e propri crateri che costringono i mezzi a continue gimcane con l’invasione dell’altra corsia e per questo la velocità media è molto bassa.
Nel tratto di laguna che stiamo attraversando ora, la foresta di mangrovie è completamente secca; uno scempio, un immenso pietoso groviglio di rami secchi da annoverare come effetto collaterale dell’estrazione di gas che ha irrimediabilmente inquinato quest’angolo di paradiso.
Attraversiamo una cittadina con uno spartitraffico alberato; la cosa strana è che alcuni alberelli sono utilizzati dai venditori di carne che sfruttano l’ombra del fogliame per tenere al… fresco la carne appesa ai rami assieme alla bilancia. Sono tante le Pompe Vivarelli che imperiose fanno capolino dalla ricca vegetazione che ora ci accompagna.
Passiamo da Uribia che, almeno la zona che vediamo dalla strada che percorriamo, sembra piccola ma, a giudicare dal grande polo logistico, deve avere un’estesa zona industriale o far parte di un centro intermodale.
Ci fermiamo a un negozio di generi alimentari posto strategicamente all’angolo di un quadrivio; c’è un po’ di traffico dovuto a un passaggio a livello chiuso, ma il caos che si genera dopo il passaggio del treno ha dell’inverosimile. Tra gli autoarticolati che vanno o vengono dal polo logistico e che hanno bisogno di spazio per manovrare alle auto e ciclo risciò ogni centimetro quadro dell’incrocio è occupato dai mezzi tanto che anche le moto hanno difficoltà a passare.
Ripartiamo dopo aver fatto scorta di acqua e percorriamo verso nord la strada parallela alla ferrovia; il distanziamento dei treni e di decine di chilometri segno che il traffico ferroviario non deve essere importante. Bizzarre le tabelle d’orientamento che precedono i segnali luminosi; riproducono il semaforo stradale con i tre cerchi rosso, giallo e verde. È a binario unico e più avanti troviamo il treno merci che avevo visto transitare prima al passaggio a livello e che mi era sembrato abbastanza lungo, fermo per una precedenza. Non mi ero sbagliato; 150 tramogge a quattro assi con due locomotori diesel accoppiati in testa. Stessa composizione del treno corrispondente incrociante.
Su questi binari passano solo questi treni che trasportano il carbone dalla miniera di Cerrejón al Puerto Bolivar; 150 chilometri percorsi in circa quattro ore da cinque o sei coppie di treni che spostano ottantamila tonnellate di carbone al giorno. Questa ferrovia passa nel territorio dei Wayuu, l’etnia che vive in questa inospitale terra e, per tenerseli buoni, la compagnia mineraria porta qui l’acqua potabile con cisterne spedite via ferrovia.
La strada è sterrata, larga e in buone condizioni anche perché il traffico è molto limitato; dopo molti chilometri di strada quasi dritta, abbandoniamo la ferrovia e ci addentriamo verso ovest in quella che si può definire una savana, anche se dalle carte è il deserto della Guajira. La pista è sabbiosa e gira intorno ad arbusti rinsecchiti e cactus di varie dimensioni.
Abbiamo il primo assaggio di quello che sarà il leit motiv degli spostamenti in questa penisola; l’etnia Wayuu che abita da sempre queste terre, vivendo di pesca e pastorizia, sta passando un periodo difficile a causa della siccità che negli ultimi anni ha distrutto quel poco che aveva. Così i bambini, e non solo loro, ti chiedono acqua o qualcosa da mangiare e lo fanno con una semplice corda con cui creano dei posti di blocco per fermare il 4×4 su cui stai viaggiando.
Ci fermiamo in una bella spiaggetta; è difficile immaginarlo ma ci stiamo bagnando nel Mar dei Caraibi. Di fronte a noi, nelle giornate limpide, si vede Haiti e la Repubblica Dominicana, ma il mare è leggermente mosso e perde limpieza. In compenso le onde che s’infrangono obliquamente sulla scogliera di fronte a noi assumono delle movenze bellissime.
Siamo su Cabo de la Vela, un promontorio che si protende verso le isole caraibiche; dopo pranzo andiamo a Piedra Tortuga, una spiaggia dall’altro lato della penisoletta che prende il nome dalla piccola collina rocciosa arrotondata che si allunga verso il mare e che ha le sembianze del carapace di una gigantesca tartaruga.
Il vento, anche se non forte, non ci fa godere a pieno del mare, ma lo spettacolo è assicurato dai pellicani, Pelecanus occidentalis murphyi, che si tuffano a ripetizione in acqua per rimpinzarsi di pesci che, per sfuggire ai predatori acquatici, sono costretti a nuotare verso la superficie; avvolte questi pesci salgono su talmente veloci che finiscono fuori dell’acqua. Cogliere l’attimo in cui simultaneamente il banco di pesci esce dall’acqua e il pellicano si tuffa in mezzo a loro vale il costo del biglietto.
Tra il rovente pietrisco alle spalle della spiaggia sorpresa una lucertola dal colore grigiastro con cui si mimetizza alla perfezione; vistasi minacciata, non è scappata ma ha gonfiato una bellissima sacca giugulare color arancio punteggiata di bianco. È l’Anolis Sagrei, Anolide Bruna, lunga una quindicina di centimetri coda compresa.
Raggiungiamo il faro che si trova sulla punta del promontorio e qui aspettiamo il tramonto; non siamo i soli ad aver avuto questa idea tanto che, calato il sole, si forma un serpentone di auto che lasciano il faro che non deve essere usuale tanto che Daniel, il nostro autista, lo riprende col telefonino.