El Calafate
16 febbraio 2010, martedì
Partenza all’alba per trasferirci in Cile, a Puerto Natales; la distanza non è eccessiva ma le imprevedibili lungaggini burocratiche alla frontiera e la necessità di arrivare in orario di apertura delle banche per cambiare soldi ci costringono a questa alzataccia.
Ci sono numerosi nandù e guanaco che approfittando dello scarso traffico notturno si avvicinano alla recinzione della strada e qualcuno la scavalca per mangiare l’erba sul ciglio; le aquile sono appollaiate sulle rocce o sui pali della recinzione mentre i carogneri sono al lavoro per ripulire la strada dalle vittime della notte.
La frontiera argentina è vicina alla miniera di carbone di Rio Turbio; lungo la strada è un enorme deposito. Spiccano i vecchi vagoncini con cui portavano fuori il materiale sulle rotaie, i legni che sorreggevano le volte delle gallerie e soprattutto le vecchie locomotive a vapore sia piccole di manovra sia grandi che servivano a trasportare il materiale ai porti sull’Atlantico lungo una ferrovia a scartamento ridotto ancora attiva.
In città spiccano sei casermoni abitativi uguali, uno accanto all’altro con i tetti in lamiera verniciati ognuno con un colore diverso.
In Cile è vietato far entrare alimenti vegetali e animali non controllati per cui occorre smaltire tutte le scorte di frutta, biscotti e salamini vari prima dei severi controlli cileni. Alla frontiera argentina i controlli sono limitati alla registrazione dei dati del passaporto sul computer nell’apposito edificio e una impettita e severa giovane donna poliziotto controlla visivamente bagagliaio delle auto e l’interno dei minibus come il nostro.
Poche centinaia di metri prima della frontiera c’è l’arrivo di una pista di sci con tanto di impianto di risalita. Il posto di frontiera si chiama Mina 1; la frontiera fisica si trova dopo circa mezzo chilometro di curve in salita e dopo la mitica terra di nessuno e altrettanti metri in discesa troviamo il posto di frontiera cileno di Dorotea.
Un poliziotto dall’aria seriosa, colbacco in testa, occhiali a specchio e mano sulla fondina ci fa capire subito che non sarà una passeggiata. Come se non bastasse Super Mario che in Argentina ha sempre avuto con le divise un atteggiamento rispettoso ma amichevole e sicuro dall’alto del suo passato militaresco, ora ha un atteggiamento timoroso.
Fortunatamente va tutto bene e in tempi ragionevoli anche perché siamo quasi solo noi; un paio di moduli da riempire, controllo passaporti e bagagli come all’aeroporto e via.
Da questa mattina, man mano che ci avvicinavamo alle preande, aumentavano sempre più gli animali al pascolo, soprattutto pecore tozze e grigie; ora che siamo in Cile gli appezzamenti sconfinati della Patagonia Argentina sono stati sostituiti da fattorie più piccole e il bestiame predominante è quello bovino. Spicca un mastodontico toro rinchiuso in un piccolo recinto lontano da femmine e vitellini.
Puerto Natales vista da lontano è un miscuglio di colori disordinato che però le da un tocco particolare; è alla punta di una piccola penisola su uno dei tanti fiordi che caratterizzano questa zona. Il risultato è che agli incroci vedi il mare alla fine di tre strade su quattro e dietro i monti. Nella piazza centrale c’è una chiesa e al centro, al posto del Garibaldi locale, c’è una piccola locomotiva a vapore. Cambiato nella banca della piazza; 1 € = 701 $.