Puerto Natales
19 febbraio 2010, venerdì
Anche oggi la giornata non promette niente di buono; pioviggina. Appena fuori città assistiamo a un’alba insolita; lato monte, tra le nuvole e l’orizzonte, si è creata una fascia stretta da cui esce la luce rosata mattutina.
Arriviamo alla Guarderia Pudeto, un po’ più avanti del Grande Salto visto ieri; c’è un imbarcadero dove ci imbarchiamo sul piccolo catamarano Hielo Patagonico che in mezz’ora, il tempo di prendere un tè offerto dall’equipaggio, ci porta alla Guarderia Lago Pehoè. La navigazione è tranquilla ma l’odore di detersivo con retrogusto di vomito che ci aveva dato il benvenuto a bordo ci aveva fatto temere il peggio. Si paga a bordo, 18$ per l’andata e il ritorno, e ti controllano il biglietto all’uscita; quando si dice ingresso gratis, uscita a pagamento.
Iniziamo il trek che dopo sette chilometri e mezzo ci porterà al Campamento Italiano; la difficoltà è bassa rispetto agli ultimi fatti ma la giornata grigia prima e la pioggerellina dopo rovinano questa passeggiata. Indossate le mantelline antipioggia proseguiamo imperterriti anche se vediamo solo dall’alto in basso verso il Lago Skottsberg. Arrivati al campeggio mangiamo approfittando della pausa pioggia; un bel rapace si appollaia proprio sopra le nostre teste forse attirato dai numerosi passerotti che stanno ripulendo il nostro tavolo. Siamo sudati e questo accentua la sensazione di freddo per cui decidiamo di iniziare subito la discesa anche se occorrerà aspettare comunque le 18.30 per il catamarano
di ritorno. Ripassiamo sul ponte sospeso sul torrente posto all’ingresso del campamento; nonostante supporti massimo due persone per volta diventa sempre più difficile coordinare i passi man mano che si avanza visto che ondeggia sia in modo ondulatorio che sussultorio… un vero terremoto in sospensione.
Intanto ha smesso di piovere e il cielo si sta aprendo sempre di più mostrando sotto una luce diversa tutto quello che si era intravisto all’andata e molto di più. Lungo tutto il sentiero sono visibili tronchi molto grossi dal classico colore bianco secco che però portano ancora ben visibili tracce di bruciature passate; ai primi ho pensato ai fulmini, ma sono troppi. Trenta anni fa grazie all’imperizia di un campeggiatore danese la zona fu interessata da un gigantesco incendio; questo ha completamente cambiato l’habitat visto che questi alberi d’alto fusto sono ormai spariti. Della foresta che fu resistono in piedi tanti tronchi secchi dal caratteristico colore bianco che fanno pensare a tanti Totem che si innalzano dalla bassa e verdeggiante vegetazione che ha preso il suo posto.
Anche qui incontriamo moltissimi calafati e piante simili della stessa famiglia che differiscono però sia per la forma delle foglie che per il colore delle piccole bacche. Le felci sono presenti in quantità industriali ma le dimensioni sono ridottissime, al massimo raggiungono i dieci centimetri. Ci sono molte piante di fucsia dai caratteristici fiori a forma di campanelle dai colori rossi e blu; si presentano
come grossi cespugli dalle foglie più piccole e meno verdi delle nostre importate e coltivate in serra.
In un buco lasciato libero dalle nuvole sono comparse le Torri del Paine; molto suggestive vederle in questa cornice di nuvole, forse anche più belle che vederle quando il cielo è limpido.
Il vento ha ormai ripulito il cielo da gran parte delle nuvole; un vento che da queste parti deve essere considerato per intensità più o meno come una leggera brezza marina vista la forma degli alberi. Quelli che dovrebbero avere una forma a piramide, come un nostro abete, non hanno rami dal lato dove soffia il vento predominante tanto che visti di profilo sono dei triangoli rettangoli e non isosceli. Gli arbusti che hanno un tronco meno resistente sono tutti piegati nel verso del vento predominante che arriva dal Pacifico.
Ci imbarchiamo sul catamarano quando ormai le nuvole sono completamente sparite e le Torri del Paine si possono stagliare al cielo finalmente azzurro.